Alessandro Cinque – Alpaqueros

At an altitude of more than 5000 mt, in the Andes of southern Peru, Alina Surquislla Gomez, a third-generation Alpaquera, cradles a baby alpaca on her way to the pastures where her family’s herd of more than 300 animals will graze in summer. Shrinking glaciers and increased drought have dried pastures in the Andes, forcing the herders—many of whom are women—to search for new grazing grounds, often in difficult terrain. Prized for their wool, alpacas are important to Peruvian culture and a major source of income in this region, which is home to several million of them. In the interview, Surquislla Gomez says: " When I was little, my grandfather used to tell me how beautiful it was to graze in these valleys, due to climate change the situation has changed, we can no longer live like before and I am forced to make many sacrifices, but this is my life and my work and thanks to this I am able to support my children."
di Azzurra Immediato
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Sapete che l’Italia è il secondo Paese importatore di pregiato filato di alpaca peruviano al mondo, subito dopo la Cina? Un prodotto di grande pregio che ci pone dinanzi a delle responsabilità… A spiegarmi questi dati è Alessandro Cinque, fotografo che in Perù ha vissuto per alcuni anni e che ha raccontato attraverso diversi progetti la condizione dei popoli indigeni. Documentando situazioni che, spesso, si perdono, invece, in narrazioni esotiche, affatto reali e che sono diventate pure e banali esperienze turistiche o, peggio, meccanismi di un processo di sfruttamento ai danni di talune popolazioni e delle loro identità culturali. Noi che viviamo nel nord o nell’occidente del mondo troppe volte ignoriamo cosa accade altrove, per diversi motivi, esistono però lavori e ricerche di giornalisti e fotografi come Alessandro Cinque che svelano dinamiche su cui riflettere per far sì che cambino. Cinque, ospite di Pianeta Terra Festival 2023 a Lucca e protagonista di un talk con Enrico Stefanelli ha concesso una intervista al Photolux Magazine per parlare del progetto Alpaqueros, premiato al Word Press Photo 2023 e non solo.

Guardare il mondo dall’altra parte del pianeta. Sembra un gioco di parole ed è, invece, ciò che lo sguardo e il lavoro di molti fotografi attua e porta in scena. Alessandro, hai vissuto in Perù per alcuni anni, sei stato a contatto con un modus vivendi diverso dal modello occidentale eppure l’impatto di quest’ultimo è ingombrante in terre come quella peruviana. Cosa hai scoperto nel tuo vivere il quotidiano in quell’area del pianeta?

Dal 2017 al 2019 ho fatto avanti e indietro dal Perù, poi dal 2019 al 2023 mi ci sono trasferito. Il progetto sugli alpaca è il frutto di anni di lavoro sul Paese, ma avvertivo l’esigenza di entrare di più nei suoi processi, perché dopo anni di viaggi sentivo che il mio sguardo era allo stesso punto mentre avevo necessità di entrare sempre più nelle dinamiche del Paese per spogliarmi dello sguardo eurocentrico, quel modo di rappresentare il Perù che a volte cade nell’esotico per cercare di capire quale poteva essere una storia che desse voce agli indigeni Quechua. In fondo, cercavo una scusa: se il mio lavoro sulle miniere aveva richiamato l’attenzione degli addetti ai lavori del fotogiornalismo era invece necessario un progetto che richiamasse l’attenzione delle persone. Sono così tornato su quanto mi avevano raccontato i contadini indigeni sugli alpaca e ho capito che questa storia poteva essere il modo per richiamare l’attenzione anche di tutti quei turisti che entrano in contatto con questi animali solo per un selfie, mentre il fulcro su cui porre attenzione è la situazione andina. Alpaqueros è un progetto che ho realizzato in 8 giorni ma al quale sono arrivato dopo aver vissuto in Perù per quattro, cinque anni; anni che mi son serviti per avere le idee più chiare su molte cose. 

La tua ricerca, il tuo lavoro sono orientati su processi e dinamiche socio-politiche che si riflettono sulle comunità dell’America Latina, spesso ignote a chi ottiene benefit e lussi sullo sfruttamento di quelle terre. Pensiamo alla lana di alpaca, tra i filati considerati più di pregiati al mondo, un vero lusso, per pochi. Il tuo lavoro Alpaqueros, cosa ha fatto emergere?

Cerco e utilizzo sempre degli esempi di storie per poter parlare, attraverso la fotografia e i miei progetti, delle politiche neoliberali assunte dai vari Paesi sudamericani e indagare questo fenomeno economico. Un neocolonialismo fatto dalle imprese, non dagli Stati, che le politiche neoliberali appoggiano in virtù di un millantato benessere economico, ma non è lo sfruttamento delle risorse di una comunità che offre beneficio, almeno dal mio punto di vista non è affatto così. Alpaqueros indaga anche un altro aspetto: la nascita di due tipologie di migranti, i migranti climatici e i migranti economici. I migranti economici sono i figli degli alpaqueros che lavorano senza tutele, con poco guadagno: le nuove generazioni si spostano vanno in bassa quota a fare altri tipi di lavoro, ugualmente non tutelati. Mentre gli alpaca muoiono a causa del cambiamento climatico, gli anziani salgono in alta quota alla ricerca di migliori condizioni per gli animali, diventando migranti climatici. Tutto ciò comporta un grande rischio: la perdita di una cultura, di una identità, di rituali che, alla morte delle generazioni più anziane, non sono mantenuti dai più giovani ormai trasferitisi a Lima. 

Ben oltre il racconto colonialista, divenuto ormai un neo cliché, Alpaqueros indaga nel profondo alcuni elementi che entrano nella crisi climatica ma anche nella sopravvivenza di una comunità. In che modo la situazione sulle Ande peruviane sta cambiando e minacciando intere popolazioni?

Certo, in Perù, come in tanti Paesi sudamericani è in atto un fenomeno di spopolamento delle zone andine: tutti vogliono trasferirsi nelle grandi città, illusi dal grande capitalismo sfrenato. Per molti di loro, è meglio svolgere altri lavori, sfruttati e sottopagati, anziché fare gli alpaqueros, pur di vivere in città. Per questo Lima sta crescendo in maniera orizzontale, come tante altre città sudamericane. Basti pensare che esistono dei ‘trafficanti di terreno’ che individuano degli appezzamenti, si fanno pagare dai migranti andini o amazzonici, illudendoli con l’offerta di una casa, ma di fatto attuando una invasione del territorio che, però, appartiene allo Stato, ma intanto viene frazionano in parcelle, ai limiti della città. Lima è sempre più grande, i migranti finiscono per vivere in zone dove non c’è acqua, non c’è rete fognaria né o elettricità. Eppure preferiscono questo al restare nella propria terra d’origine, dove la natura offre molto di più, ma il ‘serro’ appare preferibile perché è l’illusione del capitalismo figlio delle politiche neoliberali. Pensate, poi, che in Perù è al potere, grazie al 50% dei voti, la figlia di Alberto Kenya Fujimori Inomoto che ha sterminato le donne andine durante gli anni del terrorismo: il dato si traduce in un voto che è arrivato anche dagli andini, totalmente illusi, che non credono più nel concetto di comunità ma prediligono il diritto di avere un cellulare, un televisore, magari anche se non hanno accesso all’acqua nelle loro abitazioni. È un sistema che si sta sviluppando in tutto il Sudamerica e per questo, negli ultimi 5 anni, molti di questi Paesi sono scesi in strada a protestare, per motivi vari, ma che riportano il discorso a ciò che succede alle popolazioni delle zone campesine e andine. 

Alpaqueros, premiato al World Press Photo 2023 è oggi al Pianeta Terra Festival di Lucca, il cui filo conduttore è “l’esplorazione della fitta, ingegnosa rete che tiene insieme tutti gli esseri viventi. […] Qual è la lezione? Una sola: non ci si salva da soli, ma soltanto attraverso la protezione integrale dei nostri ecosistemi, la protezione della vita di ogni singola specie che vive intorno a noi.” Si legge dalle parole di Stefano Mancuso. Qual è la lezione secondo Alessandro Cinque?

Credo che questo messaggio sia bellissimo; idealmente sarebbe meraviglioso, giustissimo ma non è la realtà del mondo contemporaneo, purtroppo. Ad esempio, nelle Ande non è così, speriamo lo diventi. Secondo me c’è ancora bisogno di mostrare che questo è un obiettivo da raggiungere ma, prima di tutto, i Paesi considerati più sviluppati – e non amo usare questi termini – o del Primo Mondo, dovrebbero farsi un esame di coscienza. Mi sembra che anche la lotta al cambiamento climatico sia classista: è difficile parlare a delle persone di crisi climatica quando non hanno neppure l’acqua. Forse questa è una visione di chi ha privilegi, che desidera lottare contro la crisi del clima. Siamo ancora in una fase di grande disparità. È per questo che io spero che la mia fotografia possa ‘democratizzare’ simili situazioni. Credo che nell’agenda mondiale sul clima ci si dimentichi a volte che non tutte le persone possono fare qualcosa di concreto, non per mancanza di volontà ma per mancanza di possibilità, non avendo le condizioni base per poter lottare contro il cambiamento climatico. Perciò prima si raggiungeranno le condizioni basilari per tutti, poi prima potremo lottare insieme. Spesso nel Primo Mondo non si ha piena coscienza di ciò che accade altrove, perché è un’altra verità quella venduta, che sembra persino di aiuto ma nasconde sfruttamento. 

Infine, la fotografia: può insieme alla scienza rivelarsi strumento decisivo per salvaguardare il pianeta, la sua popolazione, instillare dubbi e aprire a nuove consapevolezze?

Secondo me assolutamente sì, la fotografia è sempre stata un linguaggio immediato, universale, senza bisogno di parole, capace, come dicevo, di ‘democratizzare’ argomenti difficili, scientifici: se li si fotografa, in qualche modo, li si rende più semplici. Sugli alpaca, ad esempio, ci sono scienziati, che ho conosciuto lavorando al progetto, che hanno pubblicato un volume di oltre 300 pagine, che parla di cellule, molecole e una serie di processi complessi che mi hanno spiegato; io ho fotografato, ho portato quel racconto su un altro livello, più semplice e accessibile, che non si sostituisce alla ricerca scientifica ma che apre verso una curiosità su quei temi. Il nostro ruolo come fotografi è far vedere per cercare di muovere coscienze e il nostro lavoro finisce nel momento del racconto della storia. Se sono riuscito, anche in piccola parte, a far cambiare la percezione sugli alpaca, a far capire che non sono solo gli animali con cui farsi selfie in luoghi di turismo peruviano e che si deve prendere coscienza anche del fatto che gli alpaqueros preferiscono svendere la propria identità tradizionale per andare a Cuzco e farsi oggetto di un veloce guadagno che arriva dal turismo invece che lavorare alle fibre, allora il mio lavoro sarà stato efficace. Avrà mostrato cosa succede, fatto comprendere che è in atto un cambiamento completamente sbagliato ai danni delle popolazioni indigene peruviane. Come è accaduto con altri miei progetti, sento di aver così fatto dato il mio piccolo contributo al cambiamento, grazie alla fotografia. 

Fotografie: © Alessandro Cinque

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