“Ren Hang, photography” – Elogio del nudo. Tra bellezza, poesia e provocazione

Ren Hang, 2015, Courtesy Stieglitz19 and The Estate of Ren Hang.
di Daniela Mericio
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Se la vita è un abisso senza fondo, quando salterò l’interminabile caduta sarà un altro modo di volare” scriveva Ren Hang nel 2017, lo stesso anno in cui, il 24 di febbraio si tolse la vita. Non aveva ancora trent’anni –li avrebbe compiuti poco dopo, il 30 marzo – ma aveva fatto in tempo a diventare una celebrità nel mondo della fotografia contemporanea, un autore di culto e un simbolo della libertà di espressione artistica contro ogni forma di censura.

Nella sua breve fulminea carriera, il giovane fotografo e poeta, nato a Changchun, nel nord-est della Cina, è stato più volte arrestato e la sua presenza sul web oscurata. Ren Hang, in realtà, non si considerava un oppositore militante né le sue fotografie avevano un intento di esplicita protesta, ma i suoi nudi al tempo stesso eleganti e giocosi, raffinati e impertinenti, sospesi tra purezza e provocazione, costituivano un affronto in un paese dove la nudità, considerata oscena, è assimilata alla pornografia e la pornografia è illegale.

“Non credo che la nudità sia una sfida – la nudità è comune, ce l’hanno tutti”, è una delle sue dichiarazioni più celebri. E ancora, più consapevole ed esplicito: “Il sesso è tabù in Cina. […] Perché non si può parlare di sesso in pubblico? I corpi nudi sono vergognosi? Dovremmo essere orgogliosi dei nostri corpi.”

Ren Hang, 2015, Courtesy OstLicht Gallery and The Estate of Ren Hang.

Ren Hang è stato, suo malgrado, un portavoce delle nuove generazioni cinesi, delle loro inquietudini e della loro ribellione nei confronti di un contesto sociale conservatore e di un regime repressivo. Ha lasciato un corpus di immagini consistente, dallo stile personale e inconfondibile, e una sorta di vuoto.

Dopo la sua scomparsa, la sua popolarità ha continuato a crescere e le retrospettive si sono susseguite in diversi, importanti musei e istituzioni: al MdbK di Lipsia (2017), alla MEP di Parigi (2019), alla C/O Gallery di Berlino (2019) e nell’estate 2020 al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato. Ora è la volta della Fondazione Sozzani che, fino al 29 novembre 2020 ospita, per la prima volta a Milano, una mostra dedicata all’opera del fotografo cinese. In esposizione 80 scatti, tra i più celebri, affiancati da due video (The art of taboo, 2013 e I’ve got a little problem, 2017): documentari in cui possiamo non solo ascoltare alcune interviste a Ren Hang ma anche vederlo all’opera, su set fotografici improvvisati ed essenziali, allestiti nella sua stanza o nel parco di notte, mentre i suoi modelli si truccano o sono occupati a mantenere improbabili e contorte posture.

Le composizioni delle  fotografie sono studiate nei minimi dettagli, ma c’è un aspetto di spontaneità, di estemporaneità nell’arte di Ren Hang, una permeabilità agli stimoli che la situazione offre di volta in volta e da cui il fotografo è pronto a lasciarsi ispirare. Il suo percorso verso la notorietà ha inizio quando, studente di pubblicità a Pechino, per “combattere la noia”, comincia a fotografare amici e compagni di stanza con 35 mm compatte ed economiche; recluterà poi i suoi modelli online, attraverso i social network, finché, al crescere della sua fama, comincerà a ricevere richieste da giovani ammiratori ansiosi di posare per lui.

Ren Hang, 2015, Courtesy Stieglitz19 and The Estate of Ren Hang.

Le sue immagini ruotano intorno ai temi della sessualità, dell’identità, del desiderio e ritraggono, prevalentemente, nudi di giovani donne e uomini, spesso cogliendoli in posizioni e prospettive inattese, insolite: corpi intrecciati a sfiorare l’acrobazia, sovrapposti al limite dell’effetto ottico, inanellati a formare linee grafiche in cui la stessa nudità si stempera, fino ad ottenere un effetto quasi astratto. Le fotografie possono essere sorprendentemente innocenti come sottilmente disturbanti o decisamente provocatorie. Talvolta sono pervase da un’atmosfera sognante e surreale, più spesso sono audaci, esplicite, ma non volgari, perché si percepisce il distacco che l’occhio del fotografo mantiene nei confronti dei suoi modelli, sebbene durante lo shooting l’interazione fosse intensa, vivace, complice nel costruire una vera e propria performance. I soggetti sono fotografati in casa, in una stanza il cui muro offre un fondale neutro, nella vasca da bagno o ancora in terrazza, mentre saltano o si avvinghiano, nudi, contro l’azzurro del cielo o di una skyline urbana; sono ripresi in esterni, di notte, immersi nella natura, nel verde, appesi o abbracciati a un albero, circondati dall’oscurità di uno stagno o da foglie di loto.

I genitali sono spesso esibiti, talvolta protagonisti – il pube attorno al quale è stato disegnato un cuore rosso – e alcuni scatti risultano ironici, paradossali – le natiche in successione, l’una accanto all’altra, che evocano le dune di un deserto. L’uso crudo, invadente del flash stende un velo di luminosità uniforme, brillante, in cui le figure risultano quasi congelate, non c’è spazio per le sfumature o per morbidi, voluttuosi giochi di luce ed ombra. Su volti e corpi nivei, di porcellana, spiccano le unghie laccate di rosso e le labbra evidenziate dal rossetto scarlatto, offrendo un vivido contrasto cromatico. Piante, fiori e frutti – dai gigli alle ciliegie – con le loro tinte sature, sono tra gli oggetti di scena favoriti, insieme agli animali. Iguane, serpenti, gatti, cigni, pavoni e altri volatili sono sovente presenti nella composizione, posti a diretto contatto con il corpo umano: aggiungono una nota sensuale e sensoriale, richiamando, molto spesso, miti e motivi della cultura occidentale.

Ren Hang, 2016, © Ilvio Gallo/ Fondazione Sozzani

Di fronte alle immagini in esposizione, due anime sembrano palesarsi all’osservatore, quella che ha ritratto il giovane, dall’aspetto efebico e dall’espressione inerme, con il volto circondato da un volo di farfalle; e quella che ha immortalato un volto di ragazzo con gli occhi coperti dai falli di due sue coetanei, che gli stanno a fianco, creando una composizione perfettamente simmetrica. Non c’è contraddizione, tuttavia, perché, secondo Ren Hang, “gli esseri umani vengono al mondo nudi, quindi il corpo nudo rappresenta la versione originaria delle persone” e fotografando la nudità si riesce a cogliere il lato più fragile e autentico dell’essere umano, l’essenza della sua natura. Ren Hang esprime semplicemente la sua realtà, la sua visione, anticonformista e provocatoria, che non è quella gradita al contesto culturale e politico che lo circonda: “Non considero il mio lavoro come un tabù, perché non penso molto al contesto culturale o politico. Non cerco intenzionalmente di superare i limiti, faccio solo quello che faccio”.

La mostra alla fondazione Sozzani dedica una sala, la piccola galleria al piano inferiore, a un aspetto importante del lavoro di Ren Hang, quello che lo ha visto collaborare con alcune delle principali riviste di moda internazionali, realizzando servizi per testate come Beauty Papers, FFF Zine, Elsewhere, Modern Weekly. Oltre ad alcuni provini a contatto, si possono ammirare una selezione di 80 impaginati, commissionati tra il 2014 e il 2017, in cui ricorrono i temi cari al fotografo. L’approccio sfrontato e il suo stile singolare costituivano un richiamo irresistibile per il mondo della moda, un universo in cui Ren Hang è riuscito a esplorare nuove direzioni rimanendo al contempo fedele a sé stesso. Tra le riviste esposte vi è anche Antidote, che nel 2016 sceglie il giovane fotografo cinese per interpretare il numero monografico Freedom, dedicato alla libertà. Specificherà Yan Weber, direttore creativo del magazine: “Ho selezionato Ren Hang, artista che incarna questa nozione di libertà, libertà del corpo, libertà di espressione ma anche libertà di lavorare.”

Ren Hang for Elsewhere, 2014, Courtesy Fondazione Sozzani.

Alle immagini di Ren Hang fanno eco le sue parole, espresse in poesie, piccoli, brevi haiku velati di malinconia che descrivono amore, desiderio, sentimenti e stati d’animo con la densa concisione propria di questi componimenti poetici; e il diario, dove si riversa il lato oscuro del fotografo, in perenne lotta contro la depressione che lo condurrà al suicidio. Qualche citazione campeggia sulle pareti della mostra milanese in corrispondenza delle fotografie, gettando un’ombra di disperazione su una leggerezza apparente:

A volte le parole non riescono a uscire dalla mia bocca
Ma non è perché non abbia niente da dire
A volte non riesco a uscire
Ma non è perché non ci siano più strade da percorrere
A volte voglio solo
Stendermi tranquillamente per un po’
(10.01.2013)

 

REN HANG, PHOTOGRAPHY
In collaborazione con:
OstLicht. Gallery for Photography,Vienna
Stieglitz19, Anversa
The Estate of Ren Hang

Fondazione Sozzani
Corso Como 10, Milano
13 settembre – 29 novembre 2020

lun – dom: 11:00 – 20:00

 

9 ottobre 2020

 

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