Tra le più recenti pubblicazioni dedicate al libro fotografico merita certamente attenzione Symbolik, l’ultimo lavoro di Steven Lee, fotografo, fondatore e direttore artistico del Kuala Lumpur International Photoaward (KLPA), che molti lettori di Photolux Magazine avranno avuto modo di conoscere durante le ultime edizioni del Photolux Festival.

Il volume raccoglie 43 fotografie in bianco e nero che invitano il lettore a un’esperienza di contemplazione più che di semplice osservazione. Ogni immagine sembra suggerire un significato ulteriore, aprendo la porta a un universo fatto di simboli, richiami e associazioni interiori.

Symbolik non è un libro che cerca l’effetto spettacolare. È piuttosto un racconto intimo, costruito con delicatezza e misura, che riflette profondamente la sensibilità del suo autore. Lee accompagna il lettore in un percorso sospeso tra realtà e immaginazione, dove le fotografie non offrono risposte definitive ma stimolano interpretazioni personali, evocando ricordi, emozioni e stati d’animo differenti.

La prefazione è stata scritta da Benedetta Donato.
Per approfondire la nascita di questo progetto abbiamo rivolto alcune domande a Benedetta Donato e allo stesso Steven Lee.

D: Benedetta, come hai conosciuto Steven e com’è nata l’occasione di curare questo progetto?
R: Conosco Steven Lee da qualche anno. Credo ci siamo conosciuti proprio durante un’edizione del Photolux Festival di qualche anno fa, tramite il direttore Enrico Stefanelli. Ci siamo incontrati ad Arles nel 2022, insieme a Nadirah Zakariya, artista e fotografa di grande talento e mi hanno ufficialmente invitato all’edizione del 2023 di Exposure+ Photo, il festival di fotografia di Kuala Lumpur fondato da Nadirah Zakariya e Steven Lee. E’ stato molto emozionante perché a me è toccato l’onore dell’opening speech della manifestazione con l’intervento dal titolo “Festival As An Amplifier”. Durante la settimana a Kuala Lumpur sono stata tra i lettori portfolio e ho condotto un’altra conferenza dedicata alla fotografia emergente italiana. Quelle giornate sono state importanti dal punto di vista professionale e umano. Considero Steven un professionista e un amico, con cui si è consolidata un’amicizia negli anni tra Arles, Parigi e Lucca in occasione del Photolux Festival. Steven mi ha parlato del suo lavoro e di un Dummy cui stava lavorando durante la primavera del 2025. Da lì il passo è stato breve.

D: Come si è sviluppato il dialogo con l’autore fino ad arrivare alla forma definitiva del libro?
R: Steven ha condiviso con me le prime versioni e bozze fisiche (dummy) del suo libro. La prima mi è stata recapitata ad Arles da Luz Maria Ozorio, sua amica che poi è diventata anche mia. Lo scorso anno Steven non è venuto ai Rencontres e così ha dato il prezioso dummy a Luz Maria. Ho visionato e studiato ripetutamente questi materiali, riflettendo a fondo sulle fotografie, sull’evoluzione del lavoro, su quello che mi scriveva Steven, sulle scelte grafiche (come i font e i colori) e sull’approccio estetico generale.
Un momento cruciale per la nascita della sintonia concettuale è stato il nostro confronto a Wetzlar, in occasione della cerimonia per il Leica Oskar Barnack Award a ottobre del 2025. In questa occasione abbiamo approfondito la filosofia del progetto, il significato della parola Symbolik e la scelta di utilizzare i “waypoint” (punti di riferimento) visivi. Abbiamo avuto un lungo confronto di persona che mi è servito per fare a Steven delle domande, per entrare meglio in questo suo lavoro.

D: Steven Lee è, oltre che fotografo, anche critico, curatore e direttore di festival. Cosa significa confrontarsi con un autore che possiede una visione così ampia della fotografia?
R: Durante il dialogo è emersa una forte convergenza sul ruolo del critico e del curatore. Steven cercava una figura che non scrivesse per celebrare il suo lavoro, ma che leggesse le stratificazioni della sua ricerca, non solo riferita a questo libro. Si tratta di una ricerca che svolge da anni: come fotografo, come direttore artistico di un festival, come lettore portfolio e giurato in diverse manifestazioni. Volevo offrire una direzione di lettura senza svelare del tutto l’enigma che avvolge questo libro, essere un ponte tra l’autore e il pubblico. Ho cercato (sperando di esserci riuscita) di tradurre le sue intuizioni e i suoi accostamenti visivi (come il potente dittico tra il corpo marmoreo e la pera imperfetta del suo giardino) in un testo che, mi auguro sia riuscito a trasmettere il percorso dell’autore.

A Steven, invece, abbiamo chiesto:
D: Steven, potresti anche spiegare le ragioni che ti hanno spinto a pubblicare il libro?
R: Oltre 15 anni fa, ho avuto l’idea di “Symbolik” e ho iniziato a raccogliere immagini per riflettere su come incontriamo segni e simboli e su come questi ci guidino inconsciamente. Quando scatto foto di strada a Londra, spesso ripenso all’impulso che mi ha spinto a fotografare certe cose e al perché abbiano attirato la mia attenzione. La cartella “Symbolik” è rimasta sul desktop del mio computer per molti anni, intatta, con una manciata di immagini che ritenevo adatte all’idea del progetto. Dopo due aggiornamenti del portatile, fino al 2024, ho ripreso in mano la cartella “Symbolik” sul mio archivio desktop ed è stato allora che ho deciso di riprendere questo progetto e di creare un libro. Il mio ultimo libro autopubblicato era “LUMINA” del 2011 e sentivo che era giunto il momento di realizzare un altro fotolibro dopo una lunga pausa.

D: Quanto è durata la tua ricerca (quando hai inserito la prima e l’ultima foto)?
R: Il libro contiene fotografie scattate tra il 2010/11 e il 2023. Una delle primissime immagini che ho incluso è stata la fotografia del ritratto di profilo di una donna degli anni ’30, tratta da un poster che vidi a Roma, ricordo. Fui attratta dalla compostezza, dallo stile e dall’acconciatura della donna, riconoscibili in un contesto storico diverso. L’eleganza e la statura del ritratto mi colpirono profondamente. Una delle ultime immagini che ho selezionato per il libro è la ciotola di frutta sul mio tavolo da pranzo, scattata nel 2024.
D: C’è qualcos’altro che vorresti che includessi, magari qualcosa che non hai scritto nel testo?
R: Symbolik è un progetto molto personale che credo abbia diversi livelli di significato e sottotesto. Tuttavia, come ha scoperto Benedetta, non si tratta di una documentazione cronologica o geografica. Ho volutamente omesso i luoghi e le date in cui ogni immagine è stata scattata, perché ritenevo che non fosse importante. Desidero che lo spettatore osservi queste immagini e ogni dittico attraverso il proprio punto di vista personale e le risposte emotive che ne derivano. Potrebbe non esserci alcuna risposta o feedback, e il valore letterale e immediato dell’immagine potrebbe essere tutto ciò che conta. Ma per alcuni, essa potrebbe rievocare ricordi repressi o perduti, nostalgia, infanzia o altro, in modo soggettivo e personale. Questi simboli e segni dimorano nel regno del subconscio e trascendono il tempo.

Con Symbolik, Steven Lee firma un’opera che invita a rallentare lo sguardo e ad accettare che ogni fotografia possa custodire significati diversi per ogni osservatore. È un libro che non impone una lettura, ma lascia spazio al dialogo silenzioso tra immagini e memoria, confermando ancora una volta come il libro fotografico possa essere uno dei linguaggi più profondi e personali della fotografia contemporanea.

Il libro è acquistabile direttamente scrivendo all’indirizzo svllee@gmail.com
Prezzo: Euro 32
N° copie stampate 100
Pagine: 60 (compresa la copertinza
Dimensioni 203mm x 254mm
Formato: Copertina rigida