Dorothea Lange agli Scavi Scaligeri

Rondal Partridge Dorothea Lange, Resettlement Administration photographer California, 1936
di Luca Sorbo

“Seguii l’istinto non la ragione; entrai in quell’accampamento bagnata e fradicia e parcheggiai la mia auto come un piccione viaggiatore. Vidi e mi avvicinai a questa madre affamata e disperata, come attratta da una calamita. Non ricordo come le spiegai la mia presenza o del perché avessi una macchina fotografica, ma ricordo che non mi fece domande. Ho fatto cinque esposizioni avvicinandomi sempre più alla stessa direzione. Non le chiesi il suo nome o la sua storia. Mi disse la sua età: aveva trentadue anni. Mi disse che sopravviveva mangiando le verdure congelate nei campi circostanti e gli uccelli che i bambini uccidevano. Aveva appena venduto le gomme della sua auto per comprare del cibo. Se ne stava seduta in quella tenda a casetta, con i suoi figli accalcati intorno a lei, e sembrava sapere che le mie foto avrebbero potuto aiutarla, e così lei ha aiutato me. C’è stata una sorta di parità”.

Queste parole di Dorothea Lange mostrano in modo chiaro il suo approccio al reportage. Il suo fotografare era, prima di tutto, una ricerca di un contatto umano. I soggetti che ritraeva non erano dei numeri, ma delle persone che vivevano delle emozioni e delle esperienze significative. L’elemento umano è sempre centrale nelle sue inquadrature che pure sono sempre ambientate ed in cui il contenuto informativo è sempre efficace.  La descrizione prima menzionata è relativa, forse all’immagine più celebre della fotografa americana, quella che fu denominata The migrant mother.

Dorothea Lange
Destitute pea pickers in California.
Mother of seven children. Age thirty-two.
Nipomo, California, 1936
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

La mostra allestita nei suggestivi ambienti del Centro Internazionale di Fotografia  Scavi Scaligeri, organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA Torino è un’occasione da non perdere per approfondire la conoscenza di questa autrice tra le più interessanti del panorama internazionale.

I curatori sono Walter Guadagnini e Monica Poggi che hanno selezionato 200 immagini che ripercorrono il periodo più intenso della ricerca della Lange, dagli anni della Grande Depressione all’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale.

La mostra inaugurata il 20 luglio sarà visitabile fino al primo novembre 2026. Tutte le info sono reperibili sul sito https://camera.to/mostre/dorothea-lange-a-verona/

Dorothea Lange
A large sign reading “I am an American” placed in the window of a store the day after Pearl Harbor. Oakland, California, 1942
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Il percorso espositivo evidenzia soprattutto la sua collaborazione con la Farm Security Administration, agenzia fondata nel 1937 dal Presidente Franklin Delano Roosevelt e guidata da Roy Stryker, per documentare lo stato di povertà delle campagne, durante il periodo che passò alla storia con il nome di Grande depressione.  Il suo compito era, quindi, essenzialmente quello di un operatore che doveva mostrare le condizioni di estrema miseria in cui era precipitata la classe contadina. La sua sensibilità la guidò, però, a realizzare immagini in cui la dignità e la speranza, oltre alla fatica e alla sofferenza umana, emergono in modo evidente. Le persone cercano in tutti i modi di non perdersi nella disperazione e cercare una via di salvezza. Questo dà a questo lavoro una dimensione universale, perché può significare che ogni essere umano in un momento di difficoltà può cercare una soluzione.

La sua biografia ci può aiutare a comprendere il suo approccio. Nata nel New Jersey nel 1895. Trascorse un’infanzia segnata dalla malattia e dai problemi familiari. Da bambina fu colpita dalla polio, e quando aveva solo 12 anni il padre abbandonò lei e la famiglia. Importante nel suo percorso formativo fu il secondo matrimonio con Paul Taylor, un economista molto interessato ai problemi sociali e convinto che la fotografia potesse essere uno strumento molto utile per comprendere le condizioni di vita di una comunità. Dorothea Lange conquistò dalle conversazioni con il marito una consapevolezza della potenza del mezzo fotografico che furono decisive nei suoi reportage. Questo approccio è sintetizzato bene dallo storico della fotografia John Szarkowski che affermò: ”Dorothea Lange fu per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista”. Ragione, passione ed istinto ci hanno donato fotografie che pur se sono legate ad un periodo storico ben preciso rappresentano un poema visivo che può essere sempre attuale.

Dorothea Lange
Toward Los Angeles
California, 1937
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Afferma la Lange:  ”La macchina fotografica è uno strumento che insegna alle persone come vedere senza la macchina”. È evidente, quindi, che la fotocamera amplifica la nostra sensibilità e ci può aiutare a comprendere meglio sia il mondo esteriore che quello interiore.

La ricerca visiva di Dorothea Lange insieme a quella di Walker Evans e Robert Frank fu anche un modello per i fotografi italiani che negli anni Settanta del Novecento scoprivano la forza della fotocamera nel mostrare le rivolte giovanili, operaie e sociali.

Un altro reportage in mostra è quello relativo ai giapponesi che vivevano negli Stati Uniti dopo il bombardamento di Pearl Arbour e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La Lange riceve dalla War Relocation Authority l’incarico di documentare il trasferimento coatto di oltre 110 mila cittadini americani di origine giapponese nei campi di internamento voluti dal governo. Decise di accettare il compito assegnatole anche se era contraria alla decisione per dare visibilità a quello che considerava un’ingiustizia. Il risultato è un insieme di immagini di notevole forza civile, capaci di restituire volti, emozioni e storie personali dietro una delle vicende più controverse della storia statunitense del Novecento.

Dorothea Lange
Nisei girl with baggage
Oakland, California, 1942
Courtesy of the National Archives and Records Administration

Sono anche esposte le riviste originali, dove comparvero le foto la prima volta ed alcuni libri che furono pubblicati all’epoca. Credo che questi documenti debbano essere sempre più numerosi nelle retrospettive, perché ristampare le foto e presentarle come oggetti artistici fa, spesso, perdere il senso del perché siano stati prodotti. L’opera di Dorothea Lange è una straordinaria epica dell’essere umano, che nella fatica e nel dolore vive le esperienze di scoperta del sé e di cosa è un essere umano, ma sono nate in una determinata epoca, per un preciso scopo e questo non deve mai essere dimenticato. La fotografa non voleva creare opere d’arte, ma dare il suo contributo alla soluzione della peggiore crisi mai vissuta dagli Stati Uniti. Questa sua attitudine sociale, unita alla sua sensibilità umana, ci ha donato un complesso di immagini in cui la fotografia riesce a diventare linguaggio universale comprensibile a tutti a qualsiasi latitudine. Il fotogiornalismo, può essere arte, ma resta sempre fotogiornalismo, non deve essere cancellata la sua matrice primaria.

Dorothea Lange
Migratory cotton picker.
Coolidge, Arizona, 1940
The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture. Nel dopoguerra viaggiò molto col marito e nel biennio fra il ‘54 ed il ‘55 lavorò come fotografa di Life. A causa delle cattive condizioni di salute in cui versò negli ultimi anni di vita, la sua attività subì una brusca battuta d’arresto. Morì a 70 anni nel 1965 a San Francisco per un cancro all’esofago.

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato da Dario Cimorelli Editore.

 

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