di Luca Sorbo
La retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe (New York 1946-1989) all’Ara Pacis si apre con delle opere giovanili poco note. Sono manufatti in cui è evidente una tensione sperimentale e provocatoria che già rivela alcune delle tematiche che caratterizzeranno la sua produzione futura. L’esposizione attraverso oltre 200 opere vuole indagare le motivazioni sociali e personali che hanno guidato il maestro americano nella sua ricerca.

Dichiara Denis Curti, curatore della mostra: “C’è un grande malinteso che accompagna da sempre il lavoro di Robert Mapplethorpe: quello di considerarlo un fotografo della provocazione, un artista dello scandalo legato alla New York underground degli anni Settanta e Ottanta. In realtà, se spogliamo le sue immagini dal loro contenuto più esplicito e geometricamente dirompente, ciò che resta è puro classicismo. Mapplethorpe non cercava lo scandalo fine a sé stesso; cercava la perfezione della forma. Che stesse fotografando un fiore o il corpo scultoreo di Lisa Lyon, il suo sguardo era guidato dalle stesse identiche regole: un’ossessione per l’equilibrio, per la simmetria, per la luce zenitale e per il rigore compositivo che affonda le radici nella scultura rinascimentale. La sua vera forza sta nell’aver applicato l’ordine e l’armonia della statuaria classica a temi considerati, allora, provocatori. Mapplethorpe non ha voluto scioccare il mondo, ha voluto elevare il corpo umano — ogni corpo — a una dimensione sacra e monumentale. Per questo, a distanza di decenni, le sue fotografie non risultano datate come molta arte di protesta dell’epoca: perché la bellezza classica è senza tempo, e Mapplethorpe era, prima di tutto, un grandissimo fotografo classico”.

La mostra intitolata Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza è il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale. All’ Ara Pacis sono esposti i grandi capolavori che in questi mesi hanno affascinato i visitatori di Venezia e Milano.
L’esposizione si caratterizza per una serie di contenuti inediti scelti per la tappa romana: una selezione di scatti realizzati dal fotografo americano durante i suoi soggiorni in Italia, tra Capri e Napoli, su invito del suo gallerista Lucio Amelio che gli chiese di partecipare, dopo il terremoto che colpì Napoli nel 1980, a Terrae Motus.

La mostra è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, insieme alla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e a Marsilio Arte. L’organizzazione è affidata a Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York. Tra i partner figurano ATAC e Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane come Mobility Partner, Rinascente come Fashion Partner, Radio Capital come radio ufficiale e il supporto di Miamo. Inaugurata il 29 maggio e sarà visitabile fino al 4 ottobre 2026. Tutte le info sono reperibili al sito www.arapacis.it
La fotocamera Hasselblad è lo strumento tecnico per dare forma al suo desiderio di perfezione classica. Il formato quadrato, un bianco e nero pregiato, il controllo della luce e della composizione sono la cornice in cui rivelare la potenza delle proprie emozioni. La pulsione sessuale viene sublimata nella ricerca formale. Sono 8 le sezioni in cui si articola il percorso espositivo. Ammirando i differenti soggetti è possibile indagare il suo approccio al reale che più che cercare la provocazione era ossessionato dalla bellezza classica.

Una sezione importante è quella dedicata all’amicizia con Patty Smith con cui visse anni importanti di formazione e sperimentazione. La famosa musicista è ritratta al Chelsea Hotel. Le immagini rivelano una sincera intimità emotiva in cui i due artisti esploravano il loro essere anche negli aspetti più oscuri. L’ossessivo controllo che Mapplethorpe cercava è il segno di una sua insicurezza e paura che provava a superare con la perfezione tecnica e formale. La bellezza è un atto di fede in cui cercare conforto quando si confrontava con l’abisso delle sue paure.
Un’altra sezione è quella dedicata a Lisa Lyon, culturista e modella. Con questa modella, con cui ebbe anche una relazione amorosa, cominciò a sperimentare la ricerca sulla perfezione del corpo. Tutti gli anni Settanta del Novecento sono stati caratterizzati da una sperimentazione sul corpo che era una sperimentazione dell’estremo, Mapplethorpe si inserisce in questa tendenza con una sua originalità. I club, che frequentava a New York, sono stati la sua palestra intellettuale per vivere le sue tensioni interiori. L’America bigotta non ha accettato le sue immagini. Molte sono state le proteste e le censure. L’autore cercava lo scaldalo solo per affermare la purezza del suo sguardo e l’innocenza della sua anima. La libertà sessuale che praticava non era solo la ricerca di un piacere estremo, ma l’affermazione del diritto di vivere ogni aspetto del proprio essere.
L’AIDS, la terribile malattia che uccise anche Mapplethorpe, diventa la mortificazione di questa ricerca di perfezione. Tanatos si contrappone ad eros ed amplifica questa ricerca di perfezione, prefigurando la fine dell’esistenza e la dissoluzione del corpo.
In nessun caso le sue immagini possono essere considerate pornografiche, perché i suoi nudi non sono mai finalizzati a provocare un’eccitazione sessuale, ma sono sempre un’esplorazione del divino che alberga nella nostra carne.

La sezione dei ritratti include anche numerosi volti noti del mondo dell’arte, della letteratura, della musica e del cinema. Tra questi figurano Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne e Richard Gere. Il confronto con tante celebrità fa emergere la capacità di introspezione psicologica del grande fotografo.

La serie dei fiori e delle nature morte esalta al massimo la composizione e la fascinazione della luce. La scena è sempre costruita in studio in modo da decontestualizzare il soggetto e renderlo astratto ed eterno.

Decisi nel suo percorso sono i nudi. Le figure vengono trattate come superfici marmoree, in un continuo dialogo con la statuaria antica. Per rafforzare questo dialogo sono incluse due sculture provenienti dai Musei Capitolini, la Statua di Afrodite datata tra la seconda metà del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., e la Statua di atleta del I secolo d.C., derivata da un originale greco del V secolo a.C.

Sono inoltre previsti percorsi di visita integrati, tattili e con traduzione in LIS, oltre a percorsi audio tattili e video sottotitolati collocati all’interno del percorso espositivo. Le attività sono realizzate grazie alla collaborazione con Rai Pubblica Utilità, il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, il Dipartimento Politiche Sociali e Salute – Direzione Servizi alla Persona di Roma Capitale e la Cooperativa Segni d’Integrazione Lazio.
Il percorso espositivo, anche se di grande interesse, si presenta un po’ troppo didattico e didascalico. Un autore come Mapplethorpe, come ogni grande autore, è sempre un mistero. Una mostra più che dare risposte dovrebbe obbligare lo spettatore a porsi delle domande che coinvolgano la propria interiorità.

La sua lezione è importante ancora ai nostri giorni in cui il nudo è presente continuamente, ma soprattutto come merce o promozione di merce. Nelle sue immagini il corpo ha un qualcosa di sacro, di intangibile, di incorruttibile e quindi è profondamente diverso dalle immagini pubblicitarie in cui tutto è consumo e tutto è provvisorio.

La galleria Noero rappresenta l’autore in Italia.
Accompagna la mostra un catalogo interessante edito da Marsilio.