di Luca Sorbo
Le foto di Ivo Saglietti sono carezze d’amore, sempre rispettose dei soggetti ritratti. È sempre dentro la scena, le sue immagini sono sempre condivise, mai rubate, sono abbracci materni che hanno solo il desiderio di evitare l’oblio ai diseredati ed alle ingiustizie. Uno sguardo nomade alla perenne ricerca dei segni dell’umano. Un fotografare che prima di tutto una scelta di vita e solo in un secondo tempo un mestiere.

Federico Montaldo, responsabile dell’archivio di Ivo Saglietti, sottolinea le particolarità del guardare del grande fotografo. Queste parole possono essere un’utile introduzione alla mostra in corso a Magazzini Fotografici dal 22/4 al 31/5 2026 dal titolo IVO SAGLIETTI: IMMAGINI D’ARCHIVIO
“Lavorerò ancora e ancora per fare amare la luce di Ivo. Nelle sue fotografie sembra non esserci possibilità di fuga da quella situazione così sapientemente ripresa: è così oppure è così che è accaduto e nulla, in quel momento, si può fare. Nulla se non quello di provare compassione, di abbandonarsi alla realtà dei fatti. La sua fotografia non fa sobbalzare per l’orrore e nemmeno urlare dalla disperazione, non ricerca lo scandalo, non ricerca la provocazione, non sente il bisogno di urlare ma semplicemente di sussurrare. Il significato emerge con grazia, arriva da quello sguardo che cerca, cerca, cerca instancabilmente il senso, il perché delle cose. Perché si deve arrivare a commemorare i morti dei massacri, perché si deve sopportare l’attesa sotto la pioggia, fare la coda per una ciotola di cibo per attraversare una frontiera, patire la fame per sfuggire alla guerra, perché ci si deve vergognare entrando in un campo di concentramento, perché si deve ammirare la bellezza delle donne colpite da malaria, perché l’estraniamento dei carcerati riesce a provocare un senso di disagio imprevisto?”.

La mostra si inserisce come ulteriore tappa del Focus sugli Archivi, il percorso curatoriale dedicato alla riflessione sull’archivio fotografico, inteso non come semplice deposito del passato, ma come materia viva, dispositivo narrativo e spazio critico attraverso cui rileggere il presente. Il progetto è ideato e curato da Yvonne De Rosa, direttrice artistica di Magazzini Fotografici, e si configura come prosecuzione di una ricerca volta a indagare il rapporto tra fotografia, memoria, scrittura e materiali d’archivio, attraversando pratiche artistiche, educazione visiva e progettualità editoriale.
All’inaugurazione ha partecipato anche il reporter napoletano Luciano Ferrara che ha condiviso molte esperienze con Saglietti.
Ivo Saglietti da svogliato studente di architettura cominciò ad interessarsi al cinema, collaborando come cineoperatore. Un giorno a Torino a via Po comprò un libro fotografico che cambiò il corso della sua vita. Era Minimata di Eugene Smith, dedicato alle vittime di avvelenamento da mercurio in un villaggio di pescatori in Giappone. Comprese che quella possibilità espressiva, quella modalità operativa solitaria e libera erano ideali per il suo temperamento.
I giornali, però non cercavano quel tipo di foto, allora decise di dedicarsi a progetti di lungo periodo e lavorare solo con il Bianco e Nero. Come Robert Frank è convinto che: “Il nero e il bianco, che sono i colori della speranza e della disperazione, da sempre sono i colori della mia vita”.
Il suo primo reportage di lungo periodo fu in Cile dove rimase due anni. Poi ad Haiti, in Perù ed in Bosnia. Uno sguardo nomade che aveva il solo fine di comprendere la potenza dell’umano, anche in presenza di crudeltà ed ingiustizie. Non cerca mai di sottolineare la crudeltà per avere attenzione

Ha dichiarato: “Ho sempre evitato di mostrare in eccesso i cadaveri, e, purtroppo ne avrei sempre avuti in abbondanza. Mi è capitato di scartare fotografie che al momento dello scatto mi erano parse buone, ma che una volta sul provino a contatto ho giudicato offensive, oserei dire pornografiche”.
Vincitore di tre World Press Photo è considerato tra i grandi fotografi internazionali.
Solo una volta realizzò un lavoro su commissione per conto della Lavazza, nelle piantagioni di caffè ad Haiti. Il lavoro fu pagato, ma mai utilizzato dall’azienda, perché dalle immagini emergeva la fatica e lo sfruttamento dei lavoranti.
Saglietti è profondamente convinto che la società può cambiare e che la fotografia può essere un agente di cambiamento e per questo il suo impegno è sia etico che sociale. Figlio di una famiglia operaia conosce il sacrificio e la necessità di affermare la propria posizione nel mondo.
Robert Capa affermava: “Se non hai fatto una bella foto è perché non eri abbastanza vicino”. Saglietti ha fatto sua questa massima. La prossimità con i soggetti è la regola, non c’è nessuna distanza di sicurezza. Testimoniare un evento significa condividerlo con chi c’è, prendere una posizione. Il reportage è prima di tutto una scelta di partecipazione politica.
Nel suo libro Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino (Postcart, 2021) ha donato al lettore, insieme a un pezzo della sua storia, anche un pezzo di Storia: le guerre di liberazione e le repressioni nelle dittature militari del Centro America, la tratta degli schiavi dal Benin alle piantagioni di canna da zucchero della Repubblica Dominicana e di Haiti, le guerre nel Medio Oriente e nei Balcani, le malattie che devastano i paesi del Terzo mondo, le migrazioni.

La mostra può essere molto utile ai giovani fotografi, spesso alla ricerca di una immediata visibilità, che cercano le situazioni più scabrose. Il vero reportage non è una fiera degli orrori per stupire lo spettatore, ma l’entrare in sintonia con i soggetti e con i luoghi per mostrare quello che il video e la parola non riescono a far comprendere. Le impronte di luce sono ancora oggi uno strumento indispensabile per comprendere il mondo. Oggi, più che la conoscenza tecnica, è la cultura visiva ciò che differenzia un buon fotografo da un anonimo operatore visivo. La lezione di Ivo Saglietti è ancora viva, poiché per ottenere immagini indimenticabili è necessario la conoscenza approfondita degli eventi, un tempo lungo di analisi e la capacità di empatia umana per poter mostrare anche le atrocità in modo efficace e rispettoso.