Silvia Camporesi e il progetto “CircularView” – Pratiche autoriali e sfide aziendali

Interno di un digestore, lightbox cm 100 x 150, 2019.
di Azzurra Immediato
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Questa issue, la cui gestazione ha preso avvio durante le settimane di lockdown, si pone delle domande, si inerpica in dubbiose strade di riflessione, ragiona sul passato, interroga il presente e guarda al futuro con speranza, nel solco di quelle che l’intera redazione ha immaginato come ‘”Sfide per il futuro”. In che modo avremmo potuto affrontare un discorso così ampio, profondo, innegabilmente minato ed incerto, universale e plurimo, come le sfide globali lanciate dalla storia dell’uomo? La “mia sfida per il futuro” si è materializzata attraverso la ricerca di Silvia Camporesi – già ospite del racconto surrealista di Photolux Magazine Le storie si cercano nuotando sott’acqua – e del suo progetto Circular View, presentato lo scorso gennaio a Bologna, in occasione di ArteFiera 2020, in una mostra curata da Carlo Sala, nella cornice di Palazzo Zambeccari e promossa dal Gruppo Hera S.p.A.

Una mostra in grado di unire la bellezza pura con l’essenza del rifiuto, non già e non solo in senso filosofico e sociologico, quanto fisico e chimico. Circular View, infatti, attraverso una serie di immagini scelte appositamente per l’esposizione e proposte come suggestivi lightboxes, racconta l’evoluzione del processo costruttivo dell’impianto di biometano di Sant’Agata Bolognese, in Emilia Romagna, avvenuto tra il 2018 ed il 2019, voluto da Hera S.p.A. che, allogando alla Camporesi tale progetto visuale ha originato una intersecazione tra la pura documentazione e il lirismo che contraddistingue lo sguardo dell’artista. Un progetto che fa del rifiuto una rivoluzione e che, attraverso un racconto artistico ha potuto tracciare la linea di una sfida così importante, ovvero trarre beneficio – energetico, ambientale e collettivo – da ciò che è destinato all’oblio.

Ho avuto il piacere di incontrare Silvia Camporesi “virtualmente” e porle alcune significative domande, per scoprire con lei e con i lettori il senso più profondo di CircularView, comprendere il valore di un progetto nato dall’interloquire di una azienda con un’artista, due voci in campo estremamente diverse eppure, come vedremo, unite da una prospettiva comune.

“CircularView”, un racconto per immagini che, in collaborazione con Hera S.p.A. ha delineato un itinerario estetico inusitato e peculiare, in grado di calare l’obiettivo in un universo futuro, quello che attraverso l’impianto per la produzione di biometano dalla frazione organica dei rifiuti, genererà energia sostenibile. Certamente una sfida, in cui uomo e tecnologia ricalcano i cicli della natura e li perfezionano. Per un anno, il tuo sguardo si è soffermato, in maniera del tutto particolare, sul processo costruttivo di questo impianto rivoluzionario, nato a pochi km da Bologna. Raccontaci le tue prime impressioni, dall’idea del Gruppo Hera alla tua intuizione progettuale.

Il Gruppo Hera mi ha contattato per propormi di realizzare un racconto relativo alla costruzione dell’impianto, io ho proposto di andare a fotografarlo in maniera cadenzata, una volta al mese per un anno, il tempo che era stato stimato per la sua costruzione. È stato un lavoro molto complesso, perché non mi ero mai dedicata alla fotografia di quel genere, quindi ho chiesto totale libertà nella realizzazione delle immagini, non volevo avere vincoli di alcun tipo. I rappresentanti di Hera hanno capito perfettamente il senso della mia richiesta e mi hanno dato la massima fiducia. Mese dopo mese ho visto lo scorrere dei lavori, enormi pezzi metallici che prendevano forma e venivano inglobati in strutture sempre più ampie e articolate. Paradossalmente più passavano i mesi e più era difficile per me scattare, perché gli oggetti che prima potevano essere visti come forme astratte, prendevano progressivamente il loro posto all’interno delle architetture. Nel momento in cui ne capivo la destinazione d’uso diventavano improvvisamente meno interessanti dal punto di vista fotografico.

Straccio rosa, lightbox cm 100 x 150, 2018

“Circular View” è stato tradotto in una mostra curata da Carlo Sala e, nell’ambito di Art City 2020, ha abitato, subito prima del lockdown, gli spazi di Palazzo Zambeccari a Bologna, con un allestimento capace di proporre un sincopato dialogo carico di suggestioni, in cui la visione autoriale si è perfettamente fusa con il messaggio veicolato dall’azienda, sancendo alcuni passaggi fondamentali: il primo è che l’arte ed il punto di vista privilegiato di un artista, sono gli unici varchi possibili nell’obnubilata coscienza collettiva. Il secondo è che l’arte e, dunque, la fotografia, hanno la capacità di generare, attraverso il potere delle immagini, la rivoluzione attuata da una volontà aziendale sì da poter giungere ad una platea universale. In che maniera hai accettato questa sfida e questa responsabilità, traslata mediante la tua visione?

Quando il progetto mi è stato proposto non si era accennato all’idea di un’esposizione, quindi ho realizzato il lavoro pensando che sarebbe stato destinato al loro circuito interno. Quasi un anno dopo è venuta fuori l’idea della mostra. È stato un processo lungo e complicato: prima di tutto abbiamo visitato diversi spazi espositivi scegliendo infine Palazzo Zambeccari, il più grande e suggestivo, ma anche il più difficile da affrontare. Tornando più volte a visitare il Palazzo assieme al curatore Carlo Sala, abbiamo deciso di realizzare undici lightbox grandi (1 m x 1,5 m) disponendoli in una sorta di percorso all’interno della grande sala. Siamo stati seguiti da un architetto che ha creato dei supporti di sostegno per i lightbox, abbiamo inoltre fatto oscurare la stanza e messo a terra la moquette nera. L’effetto era incredibile: un luogo buio dal quale emergevano 15 immagini enormi e luminose, sembravano magicamente sospese da terra. Un effetto davvero sorprendente. Grazie a questa mostra abbiamo dimostrato che, attraverso una visione artistica ed una giusta modalità installativa, si può lavorare su commissione senza tradire il proprio linguaggio artistico. Per me è stata un’esperienza utile e gratificante sotto ogni punto di vista, confermata anche dal numero di visitatori, quasi 6.000 in un mese.

Il progetto si è sviluppato nell’arco di un anno e, osservando le fotografie, a partire dal titolo, (di)mostra immediatamente un dettaglio: la presenza dell’elemento circolare, sia nella geometrizzazione dello spazio fotografico sia, naturalmente, nella costruzione concettuale del percorso documentario ed ontologico. Accanto a questi elementi, con cui hai dato forma al mondo lì immortalato, l’importanza dei “dettagli” si è rivelato uno dei quid fondanti la lettura del tuo lavoro, una sorta di fil rouge tra gli scatti, una trama visiva per una ben più ampia tessitura. Qual è stato il particolare che ha dato avvio a questo suggestivo tipo di evocazione?

La circolarità, come ben noti, è il filo rosso che unisce visivamente e concettualmente il progetto: dal punto di vista concettuale è circolare il senso del riciclo, uno scarto organico che esce dalla città, viene portato in questo luogo e torna nella stessa città sotto forma di biometano per alimentare gli autobus. Quando sono arrivata per la prima volta a Santa’Agata Bolognese ho visto l’interno dei digestori, enormi strutture circolari in rame che di lì a poco sarebbero diventati i “grandi stomaci” in grado di trasformare i rifiuti in gas. Erano strutture meravigliose, mi ricordavano le opere di Richard Serra, così ho scattato molte immagini di queste gigantesche spirali e ho proseguito per analogie, cercando nella struttura altri elementi che rimandassero a questa circolarità.

Bocchello, lightbox cm 100 x 150, 2018

Il rifiuto come nuova possibilità, offrire nuova vita al non più utile per rigenerare in modo imperituro: è questo che l’impianto da te documentato si propone. Non è forse una delle medesime realtà statutarie della fotografia? Ovvero la cattura dell’hic et nunc, dell’istante che è ma non sarà più e che, solo attraverso la fotografia, genererà in modo sempiterno una presenza, un ricordo, un accadimento? La fotografia non tende al domani, mentre diventa già ieri?

Sento l’eco delle teorie di Roland Barthes nella tua domanda. Sì, se vogliamo trovare un’analogia fra l’impianto che ricicla e la struttura del fotografare, è sicuramente questa. Però dal mio punto di vista la fotografia è qualcosa di più vicina all’invenzione, o alla re-invenzione, pertanto si distacca dalla formula temporale, non si incontra con le questioni del prima e del dopo, perché vive in una dimensione propria, che è quella della fantasia, dell’invenzione. Questo è un lavoro che ha una base documentale, ma è si basa sull’aver guardato il luogo per astrazioni, per forme, per similitudini. 

Giunta alla fine, questa nostra intervista, come alla chiusura di un cerchio, necessita qualche riflessione sospinta dalla curiosità: cosa ti ha attratta dell’intero progetto, sì da farti accettare entusiasticamente la proposta di Hera S.p.A. e quale è – se c’è – la fotografia a cui sei più legata, considerato il grande lavoro di sintesi affrontato per l’editing della mostra e che, oggi, ritorna “circolarmente”  alla tua memoria come punto di vista nodale dell’intera creazione?

Mi ha attirato il senso di sfida: qualcosa di nuovo che non avevo mai fatto, unito alla massima libertà nell’atto di realizzarlo. Sono molto legata all’immagine che nel percorso della mostra compariva come ultima, ovvero una enorme montagna di rifiuti ripresi con una luce da pittura rinascimentale. I rifiuti dicono tanto della società, dei consumi, delle abitudini. Alla base della montagna c’è una grande zucca e guardando bene si riconosce essere una classica zucca di Halloween. Non a caso la fotografia è stata scattata all’inizio di novembre. Mi colpisce anche il fatto che siano presenti interi sacchetti di frutta e verdura mai aperti. Penso che dovremmo guardare attentamente le cose che buttiamo e cercare di migliorare il nostro stile di vita.

Rifiuti organici, lightbox cm 100 x 150, 2019

Uscendo per un attimo dalla “Circular View”, qual è, invece, la tua prossima sfida per il futuro?

Cerco continuamente nuove sfide e ho tante idee in cantiere, che non vedo l’ora di realizzare. Innanzitutto devo terminare un grosso progetto iniziato lo scorso anno: ho riprodotto un paese sommerso (Fabbriche di Careggine, in Toscana) in scala 1:50, per poterlo poi fotografare e riprendere come fosse reale. Tutto il progetto sarà esposto a novembre presso la Galleria Z2o; sto per pubblicare un libro di immagini “domestiche” che ho realizzato durante i mesi di lockdown; sto lavorando inoltre ad un altro libro che unisce immagini di archivio e scatti miei. Ma questo che ti racconto è solo una piccola parte di tutte le cose che quotidianamente porto avanti e che cerco di concludere.

Ringraziando Silvia Camporesi, con la promessa ai lettori di scoprire i suoi futuri progetti, desidero soffermarmi su alcuni importanti concetti emersi nell’intervista. Essi riguardano il legame che si instaura tra due strade ideali, ovvero quella prettamente autoriale e quella aziendale; si tratta, dunque, di un mutuo dialogo, tra l’identità che l’impresa intende definire e veicolare, affidata, però, ad un’artista latrice di una personale cifra narrativa, stilistica, riconoscibile. Dinamiche complesse che molto spesso non arrivano al grande pubblico, poiché tali meccanismi fanno parte della progettazione ex ante. Silvia Camporesi ci ha permesso di entrare con sguardo lucido in tale celata dimensione e quando afferma: “È stato un lavoro molto complesso, perché non mi ero mai dedicata alla fotografia di quel genere, quindi ho chiesto totale libertà nella realizzazione delle immagini, non volevo avere vincoli di alcun tipo. I rappresentanti di Hera hanno capito perfettamente il senso della mia richiesta e mi hanno dato la massima fiducia”, avvalora che talune sfide imprenditoriali possono essere trasmesse in maniera illuminata, se affidate ad artisti ed autori in grado di saperne cogliere, con l’occhio principe dell’arte, i dettagli fondanti; di saperli poi raccontare, attraverso il proprio personale linguaggio, ad un amplissimo pubblico che, in maniera percettiva, armonica e ideale possa comprendere la valenza reale dell’apporto derivante da un tema industriale, tecnico.

Nel caso di Circular View, la sfida del Gruppo Hera affidata alla libertà creativa di Silvia Camporesi ha agito su più fronti, in cui, come asseriva Deleuze “l’eterno ritorno è potenza di affermare e afferma tutto del molteplice, tutto del differente, tutto del caso, tranne ciò che li subordina” ed in tal maniera si lega al concetto espresso dalla fotografa, secondo cui “la fotografia è qualcosa di più vicina all’invenzione, o alla re-invenzione, pertanto si distacca dalla formula temporale, non si incontra con le questioni del prima e del dopo, perché vive in una dimensione propria, che è quella della fantasia, dell’invenzione.” In tale ultimo lemma si racchiude un fondamentale cardine eziologico, quello che trova nell’etimologia latina di “‘invenzione” l’atto del trovare. Nella sua ricerca, dunque, un fotografo, un artista riesce a coniugare tramite il varco offertogli dalla propria rara sensibilità, quanto un’azienda propone, ciò in cui investe, quello in cui crede e che ne traduce l’ identità imprenditoriale. La documentazione avviata da Silvia Camporesi si è rivelata qualcosa d’altro, trasformandosi persino in una mostra inattesa, di successo, alla cui originalità ha saputo legare un messaggio ben più incisivo, che, vi assicuro, è rimasto parte attiva di un comportamento più saggio per molti bolognesi nei mesi a seguire.

Dunque, la commistione tra pratica autoriale e sfide aziendali si può circoscrivere al campo della ricerca identitaria? In gran parte sì. Non è, solitamente, il campo della comunicazione e del marketing ad occuparsi di ciò? Certo, in maniera strutturata, analitica, metodica e pragmatica. Ma non è l’arte con ogni suo linguaggio ad avere in sé lo slancio poetico per giungere ad ognuno, per affascinare in maniera trasversale le più disparate sensibilità e non è ancora l’arte capace di agire, in maniera conscia ed inconscia, in modo persino profetico, sulla cecità delle coscienze collettive?

Se un rifiuto genera una rivoluzione, una fotografia – quella giusta – offre, “re-inventa” persino nuove dinamiche esistenziali.

 

Fotografie: © Silvia Camporesi dal progetto CircularView, per Gruppo Hera S.p.A. 2018-19

 

9 luglio 2020

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