Il realismo magico di Pietro Paolini

Un contadino brucia le sue terre a Crucita. Ecuador, 2012.
di Daniela Tartaglia
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Le fotografie pongono questioni che riguardano la terra e il mare, i contorni dell’una e dell’altro, i modi di presentarli, separatamente o insieme. Uniscono il mondo e lo sguardo sul mondo, lo spazio e la concezione dello spazio.
 Pedrag Matvejevic
 

Cosi scriveva Pedrag Matvejevic in un suo famoso saggio sul Mediterraneo, un testo a metà strada fra portolano, diario di bordo, trattazione poetica e testo storico. Ed è all’intellettuale e storico croato che mi ha fatto pensare, fin dalle prime battute, la lunga conversazione con Pietro Paolini, il suo più volte sottolineare la rilevanza del camminare e del “vagare” all’interno della sua ricerca visiva.

Ma anche alla figura di Bernardo Secchi, all’importanza che il grande architetto e docente attribuiva – quando affermava che l’urbanistica si fa con i piedi – al mescolarsi, alla necessità di entrare nelle pieghe di una realtà e di una città, poiché il processo di conoscenza è un meccanismo di interrogazione continua ma anche di casualità nella progettualità, un mettersi in ascolto per lasciarsi attraversare dal flusso dell’energia. Segno che il desiderio di conoscenza e di rigenerazione della mente, esplorando zone non ancora percorse dalle proprie gambe, può rappresentare un modo estremamente proficuo di arrivare non tanto alla pura conoscenza quanto – come sosteneva Henry David Thoreau – all’armonia con intelligenza.

È dunque dal buscar, ossia dalla ricerca, che inizia la mia riflessione e la mia indagine sul lavoro di Pietro Paolini, sul suo ultimo libro Buscando a Bolivar che, già nel titolo, contiene una sorta di dichiarazione di intenti.

Playa San José., Ecuador 2012.

Alla pari di Simon Bolivar ­– mitico rivoluzionario venezuelano ottocentesco, il cui grande sogno era quello di tenere insieme in una federazione di stati tutte le colonie sudamericane liberatesi dal dominio spagnolo – mi sembra che Pietro Paolini, in questo libro, sia riuscito a tenere insieme le complessità e le contraddizioni della realtà che si è trovato a rappresentare ma anche la ricchezza e l’interrogazione continua dello sguardo, al fine di arrivare ad una sorta di evocazione/narrazione aperta.

Siamo dinanzi ad un progetto rarefatto e sospeso, in cui visione contemporanea e realismo magico coesistono e si integrano mirabilmente, facendoci intravedere le grandi speranze ma anche le grandi contraddizioni dei tre stati sudamericani –Venezuela, Bolivia ed Ecuador – che il fotografo ha attraversato in lungo e largo dal 2008 al 2014.

Attratto fin da giovanissimo dall’America Latina, dalla sua musica e letteratura, grazie all’interesse trasmessogli dalla madre, compie il suo primo viaggio di ricerca in Venezuela nel 2004, insieme ad alcuni amici, come lui interessati a studiarne la dimensione storico/sociale. È l’inizio di una passione, non ancora conclusa, che lo porta a tornare innumerevoli volte a Caracas, ad interrogarsi sul fenomeno politico del Chavismo e, successivamente, sul nuovo socialismo latino-americano che vede in Chavez, Morales e Correa, almeno nelle fasi iniziali delle loro presidenze, gli antagonisti al capitalismo neoliberista.

Elezioni presidenziali del 18 febbraio 2013, in cui il presidente in carica Correa è stato rieletto per il secondo mandato con il 57% dei voti. Quito, Ecuador.

Il progetto si struttura, dunque, sulla speranza che Pietro Paolini ha respirato nel continente sudamericano, sull’entusiasmo collettivo per una intravista possibilità di cambiamento e per una società più egualitaria, sull’interesse nei confronti del forte dinamismo politico e sulla forza espressa dal movimento sociale indigeno.

Sebbene tali aspirazioni popolari siano state poi smentite e rinnegate dalle azioni della politica, travolte dalla corruzione e dalla forte polarizzazione in atto nella società sudamericana, esse hanno tuttavia rappresentato una grande scommessa, hanno aperto alla speranza. E di questa forte voglia di un mondo nuovo, intercettata da Paolini, rimane traccia nel libro e nei significativi estratti delle carte costituzionali dei tre paesi che accompagnano le immagini.

EN TIEMPOS INMEMORIALES
SE ERIGIERON MONTAÑAS,
SE DESPLAZARON RÍOS, SE FORMARON
LAGOS.

POBLAMOS
ESTA SAGRADA MADRE TIERRA CON
ROSTROS DIFERENTES, Y COMPRENDIMOS
DESDE ENTONCES LA PLURALIDAD
VIGENTE DE TODAS LAS COSAS
Y NUESTRA DIVERSIDAD COMO
SERES Y CULTURAS.

NOSOTROS Y NOSOTRAS,
RECONOCIENDO NUESTRAS RAÍCES
MILENARIAS, DECIDIMOS CONSTRUIR
UNA NUEVA FORMA DE CONVIVENCIA
CIUDADANA, EN DIVERSIDAD Y
ARMONÍA CON LA NATURALEZA, PARA
ALCANZAR EL BUEN VIVIR.

Nuevo Circo, l’antica arena di Caracas oggi trasformata in una scuola di cultura circense e di strada. Venezuela 2012.

Il libro è frutto anche di un ripensamento rispetto alle modalità della narrazione documentaria. Pietro Paolini appartiene infatti a quella schiera di fotografi che, nel corso degli anni, ha messo lentamente ma inesorabilmente in crisi il primato della narrazione fotogiornalistica.

Dopo i primi viaggi in Venezuela – intrapresi per raccontare il paese e il fenomeno populista del chavismo – Pietro Paolini avverte infatti una certa idiosincrasia nei confronti dello schema manicheo su cui solitamente viene strutturato il racconto fotografico.

In Venezuela – racconta Paolini – tutto è pro o contro il chavismo e questa grossa polarità, ancora presente, rappresenta un serio problema, una grave frattura e forma di divisione anche all’interno dello stesso nucleo familiare. La stessa cosa succede nella fotografia documentaria dove ci sono due narrative, quella pro e quella contro il chavismo. Questo processo estremizzante – che si trova anche nel racconto del paese e nella fotografia – imponeva di schierarsi e di fare un tipo di narrazione a favore di Chavez, esaltandone la figura di leader rivoluzionario oppure di metterlo in discussione come dittatore, figura estremamente autoritaria.

Mi sono trovato più volte a chiedermi dove mi posizionavo rispetto a questa dicotomia e, nello stesso tempo, a desiderare di uscire da questo schema, da questa opposizione in cui spesso cade chi “impacchetta” il racconto con un punto di vista già definito. Ho dunque cercato di rimanere in un ambito documentario poiché quello che mi interessava era raccontare il paese ma, nello stesso tempo, ho cercato di creare immagini aperte, raccogliere informazioni, impressioni che qualcuno potesse processare in maniera più libera.

Centro di raccolta di una cooperativa di produttori di foglie di coca a Yungas. Nel 2008, Evo Morales ha espulso la DEA dal paese e ha legalizzato la coltivazione di coca fino a 20.000 ettari per il consumo interno del paese. Le foglie di coca sono sacre nella cultura andina e sono usate quotidianamente come cibo e medicina. Bolivia 2010.

Mi interessava, fondamentalmente, riportare l’attenzione sulla complessità delle cose, senza dover necessariamente giudicare. Mi interessava uno sguardo laterale, un linguaggio aperto che suscitasse delle domande nello spettatore senza dover risolvere tutto in un’immagine già predefinita, “schierata”, come spesso accade nella pratica del fotogiornalismo. Con questo non voglio assolutamente stigmatizzare il racconto fotogiornalistico, poiché la diversità dei linguaggi può rappresentare solo ricchezza, ma sottolineare la mia necessità di uscire da questa dicotomia per adottare soluzioni diverse.

Sguardo laterale, esplorazione, interrogazione, casualità, complessità: termini ricorrenti nel vocabolario del fotografo, assai indicativi per capire il suo approccio al contesto e alla sua restituzione visiva. Approccio che non è scevro da implicazioni filosofiche, gestite dall’autore con consapevolezza e con una notevole ricchezza intellettuale.

Paolini sottolinea spesso – ad esempio – il grande potere del caso nella definizione del suo linguaggio (adotta pellicola e formato 6×6 di una vecchia Rollei poiché la macchina digitale che aveva portato con sé in viaggio si rompe), il primato assoluto del vagare e dell’andare là dove lo porta il fiuto giornalistico ma anche l’imprevisto, il sentire, la luce, l’istinto.

Dà per scontata la necessaria fase di documentazione, studio e mappatura concettuale del territorio, base acquisita da cui partire per poter intraprendere la “grande avventura dello sguardo”, alla ricerca delle forme significanti sottese all’apparente caos, alle tracce e depositi della storia nella marginalità della realtà e del quotidiano.

Il giorno in cui Evo Morales, eletto con il 64% dei voti, è entrato in carica per il suo secondo mandato presidenziale. I rappresentanti di tutte le comunità indigene si sono riuniti a Tiwanaku, il luogo più sacro del Paese, per la cerimonia di trasferimento del comando a Morales. Nel paese, gli indigeni rappresentano il 60 per cento della popolazione. Bolivia 2010.

Grande è l’attenzione, nel libro, per il rapporto ancestrale e forte che esiste nella cultura indigena nei confronti della Grande Madre. Ma altrettanto forte è la capacità di svelare le profonde contraddizioni di questa idolatria, nelle immagini che mostrano la Pacha Mama ferita e violentata dalle multinazionali e dall’estrattivismo.

Il risultato è una fotografia fortemente intrisa di realismo magico, nella sua accezione più contemporanea, di una sospensione e immobilità temporale che si intreccia a una restituzione analitica di informazioni e dettagli. Una fotografia capace di trovare un punto di equilibrio tra mondo esterno e interiorità, capace di mediare, come mirabilmente scriveva Luigi Ghirri, fra la soggettività e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continuerà ad esistere senza di noi e continuerà ad esistere anche quando avremo finito di fare fotografia.

 

Pietro Paolini
Buscando a Bolivar
Witty Kiwi, 2019

 

 

 

Fotografie © Pietro Paolini

 

20 maggio 2019

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