Franco Marinai | “Embracing imperfection”

di Daniela Tartaglia
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Nella breve, ma intensa pagina, con cui introduce il suo lavoro nel libro Embracing Imperfection Franco Marinai afferma: “ho deciso di raccogliere e stampare in un libro proprio quei negativi che avevo maltrattato e scartato, quello che cinquant’anni fa non avrei mai considerato stampabile. Può contenere tracce di memorie, di rimpianti e di felicità”.

È una bellissima dichiarazione di intenti sull’uso proficuo e non convenzionale della fotografia. Soprattutto, dei suoi errori che vengono recuperati dall’autore in funzione poetica, come attivatori di sentimenti, di emozioni, come testimoni della fragilità della vita e della memoria stessa; favorendo, peraltro, la riflessione su come lo sguardo dell’autore, modificatosi con il tempo, abbia determinato una risemantizzazione della stessa fotografia e permesso di ridare vita e dignità a materiale considerato, un tempo, di scarto.

Una nuova consapevolezza circa il potenziale creativo dell’errore e del caso, grande ispiratore del movimento surrealista, ha modificato infatti la traiettoria di sguardi. Diversi negativi sono stati accettati nella loro imperfezione e condotti, attraverso questo libro, ad una nuova resurrezione: graffiati, ammuffiti, bruciati, malamente fissati e conservati, facevano parte di un groviglio di pellicole in bianco e nero, scattate e sviluppate da Franco Marinai tra il 1965 e il 1969 e poi dimenticate per quasi 50 anni nella cantina della casa di famiglia a Castello, nei pressi di Firenze.

Marinai appartiene a quella schiera di artisti che, a partire dal primo Novecento, con la pratica del ready made caro a Duchamp, Man Ray, Schwitters e ai dadaisti e surrealisti, hanno lavorato su molteplici fronti per erodere il concetto di originale, opera d’arte, autorialità.

Un approccio che si è interrogato molto sul riutilizzo dei materiali, sulla riappropriazione degli oggetti e delle immagini trovate o prelevate fuori dal contesto artistico. E che anche oggi è estremamente vitale, come dimostrano i lavori di Sherrie Levine, Joan Fontcuberta, Joachhim  Schmid, Paolo Gioli, Moira Ricci. Alla base di questa pratica c’è una duplice riflessione sulla modalità della creazione artistica e sulla non necessarietà della perfezione tecnica, che ha aperto la strada all’arte concettuale, rivendicando il valore dello sguardo e del processo mentale di selezione nella generazione di un nuovo potenziale creativo.

Embracing imperfection è il suo progetto più recente ma nella pratica artistica di Franco Marinai sono numerosi gli esempi di riappropriazione di immagini prodotte da altri, immagini anonime sulle quali l’artista è intervenuto con la scrittura, la cancellazione, la sottolineatura di alcuni dettagli.

Fotografo e videomaker, Marinai inizia a occuparsi di fotografia a 14 anni quando, nella soffitta della casa di famiglia, a Castello, trova le vecchie attrezzature fotografiche del nonno materno e, affascinato dalla scoperta, allestisce una camera oscura in cantina, in quello che era stato il deposito del carbone, cominciando ad armeggiare e pasticciare, a sperimentare con vecchie pellicole, carte fotografiche e prodotti chimici, ovviamente scaduti. Un’iniziazione che segnerà in maniera indelebile il suo approccio alla fotografia e che farà del processo, della ricerca, della sperimentazione la fase più importante della sua attività artistica. Anche quando, negli anni Ottanta, si avvicinerà al cinema sperimentale tratterà la pellicola dei film in super 8 o 16 mm come superficie su cui lavorare. E lo farà dipingendo, graffiando, tingendo ed imbiancando perché la trasfigurazione della realtà, mista alla scoperta e all’invenzione, sono gli obiettivi principali della sua pratica artistica.

I disastri fotografici – così li chiama lo stesso Marinai – riprodotti nel libro ci parlano anche della fotografia analogica, di un oggetto materiale e non rarefatto come quello a cui siamo abituati nell’era del digitale. Una materialità fatta di pellicole, emulsioni, prodotti chimici per lo sviluppo e il fissaggio, carte, ingranditori, camere oscure, acqua, oscurità, mistero, attesa. Nella fotografia analogica il tema dell’acqua, della chimica liquida è assai intrigante perché stabilisce – come sottolinea acutamente Jeff Wall in un suo saggio – una connessione molto forte con il passato, con il tempo. L’arcaismo dell’acqua incorpora infatti “traccia memoriale di processi di produzione molto antichi (…) pratiche connesse all’origine della techne”. L’eco dell’acqua mitiga la parte secca del processo fotografico fatta di ottica, di meccanica e di fatto l’acqua è parte integrante e presenza costante, fin dalle origini, della fotografia. Parte integrante del mistero della visione – “è nell’umore vitreo dell’occhio che l’immagine prende forma” scrive ancora Jeff Wall – ma anche del mistero rappresentato dal fenomeno dell’immagine latente, che introduce la fotografia in una dimensione magica e che trasforma il fotografo in uno sciamano.

Diversi studiosi e fotografi hanno tentato di verbalizzare l’emozione indicibile di questa presenza magica, prima fra tutti Susan Sontag che nel suo intramontabile saggio Sulla fotografia, già nel 1977, si era spinta a sottolineare la duplice natura dell’immagine fotografica evidenziandone il prioritario e quasi magico aspetto indicale:

“La fotografia ha resuscitato “in termini del tutto laici – qualcosa che assomigliava alla condizione primitiva delle immagini. La nostra irreprimibile sensazione che nel processo fotografico ci sia qualcosa di magico ha un fondamento autentico. (..) La fotografia non è soltanto una raffigurazione del suo soggetto, un omaggio ad esso. Ne è parte integrante, ne è un prolungamento, ed è un potente mezzo per acquisirlo, per assicurarsene il controllo”. Sulla stessa lunghezza d’onda, e negli stessi anni, si muovevano le riflessioni del semiologo e filosofo francese Roland Barthes che ne La Camera chiara, il suo ultimo e più toccante saggio, scriveva: “Sempre, la Fotografia mi stupisce, ed è uno stupore che dura e si rinnova, inesauribilmente (…) la Fotografia ha qualcosa a che vedere con la resurrezione …”

L’aspetto magico delle immagini analogiche è collegato a doppio filo anche al tema dell’attesa, che può protrarsi a lungo prima che il fotografo arrivi a sviluppare e stampare le fotografie, favorendo cosi una sorta di indeterminatezza che alimenta l’incertezza e il desiderio. Nel caso di questo progetto il tema dell’attesa è – direi – determinante poiché l’artista ha dovuto attendere 50 anni per poter resuscitare pezzi di memoria.

La materialità e fragilità della fotografia analogica è un altro degli aspetti a cui Franco Marinai è interessato ma non per una vocazione relativa alla conservazione dei materiali fotografici, come si potrebbe erroneamente pensare. La sua attenzione si focalizza, al contrario, verso tutto ciò che è difettoso, sbagliato, che contiene errori relativi al processo fotografico o alla cura e conservazione dei materiali. L’attrazione fatale per l’errore e l’imperfezione è un suo tema ricorrente ed anche stavolta lo ha portato a selezionare fra i 40 e più negativi, trovati in un groviglio polveroso, le immagini graffiate, ammuffite, strappate, rovinate nell’avvolgimento della spirale o per il malfunzionamento della macchina fotografica.

Per descrivere l’approccio di Franco Marinai si potrebbero utilizzare le parole di László Moholy-Nagy che, nel suo libro Vision in motion (1956), scrive: “Il nemico della fotografia è ciò che è convenzionale, sono le rigide regole delle istruzioni per l’uso. La salvezza della fotografia sta nella sperimentazione. Colui che sperimenta non ha idee precostituite sulla fotografia. Non crede che la fotografia sia la ripetizione e la trascrizione esatta della vista ordinaria. Non pensa che gli errori fotografici debbano essere evitati; sono errori banali solo dal punto di vista storico convenzionale”.

Nell’etimologia della parola “errore”, oltre al primario significato di “sbaglio”, possiamo trovare anche un’altra interpretazione che lo declina come “allontanamento dal vero”. Ed è proprio su questo versante che si attesta l’operazione di Franco Marinai nel recuperare fotografie un tempo scartate perché imperfette, imbastendo una sorta di storytelling che utilizza la sequenza e l’accostamento di immagini come unico elemento di forzatura e di portato soggettivo. Franco Marinai non reinterpreta dei fatti, non mescola immagini del passato con immagini del presente, non ipotizza scenari fantastici.  Si concentra esclusivamente sull’ atto del recupero e della selezione.

Il suo archivio di errori ritorna dopo più di 50 anni a nuova vita, in modo giocoso e nello stesso tempo profondo, attraverso la struttura narrativa che il sapiente e intuitivo accostamento di immagini mette in atto. Il passato non solo non viene rimosso ma viene interrogato per porre nuove domande. Ed è l’interrogazione uno dei valori principali che definisce la pratica artistica.

 

Franco Marinai, Embracing imperfection, Smith edizioni, 2019

 

7 aprile 2020

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