Vivian Maier. Street photographer | Un mistero allo specchio

Vivian Maier, Untitled, Chicago, July 1979 ©Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
di Daniela Mericio
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Chissà cosa avrebbe pensato Vivian Maier di tutta questa notorietà. Di una gloria postuma esplosa in una decina d’anni a livello planetario, dopo che le sue opere, nascoste per mezzo secolo, sono state fortuitamente portate alla luce. Non lo sapremo mai e, forse, anche in questo alone di mistero risiede parte del suo fascino. Pavia ospita la retrospettiva di un’artista singolare, schiva e solitaria, provando a raccontarla in una rappresentativa selezione di oltre 120 immagini, in bianco e nero e a colori. Sono evidenziati i diversi aspetti della sua sterminata produzione, rivelando i risvolti più intimi di una fotografa fino a 10 anni fa sconosciuta, oggi autrice celebre e amata, che il mondo ha ribattezzato “bambinaia-fotografa”.

Vivian Maier (1926-2009), nata a New York da madre francese e padre austriaco, si guadagnava da vivere facendo la babysitter per famiglie benestanti, ma la sua passione era la fotografia, cui dedicava ogni ritaglio di tempo libero. Andava a caccia di immagini, lo sguardo severo e assorto come mostrano i suoi autoritratti, al collo l’inseparabile Rolleiflex.

Vivian Maier, New York, 1953 © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Trovava spunto nella realtà, tuffandosi nelle strade, registrando il mondo che scorreva sotto i suoi occhi. Una street photographer di razza, anche se la fotografia non è mai stata per Maier una professione. È stata molto di più, è stata la vita stessa. Negli anni ’50 e ‘60 ha fotografato senza sosta nelle grandi città americane come New York e Chicago, con sguardo lucido e innovativo, ma non ha mai mostrato i suoi lavori a nessuno, custodendoli gelosamente per sé.

L’archivio è venuto alla luce solo dopo il 2007, quando ormai Maier non fotografava più ed era in difficoltà economiche: messo all’asta a causa di un mancato pagamento, fu acquistato dal suo “mentore postumo”, John Maloof, geniale nel valorizzarne l’opera e nel creare un personaggio. La prima diffusione avvenne via social network, l’accoglienza entusiasta fu il primo tassello della scoperta. Il patrimonio fotografico ammonta a ben 120.000 negativi, molti dei quali mai sviluppati: i soldi scarseggiavano, e Maier preferiva investire nell’acquisto di rullini piuttosto che spendere per lo sviluppo, tanta era la sua urgenza di “catturare” immagini. Per anni, dal 1956, la famiglia Gensburg, presso cui lavorò a lungo come nanny a Chicago, le consentì di allestire una piccola camera oscura in un bagno. Cambiato lavoro, la possibilità svanì e i rullini si accumularono.

Vivian Maier, New York Public Library, New York, c. 1952 © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

La mostra, curata da Anne Morin e Piero Pozzi, rivela la capacità dell’autrice di documentare la società americana, trasformando in veri e propri racconti situazioni, personaggi, animali, oggetti e luoghi che si offrivano al suo sguardo come un libro aperto. Una sensibilità rara nel cogliere l’attimo e le suggestioni della realtà, unite a un’estrema cura formale nell’inquadratura. Fotografare con una Rolleiflex significa non inquadrare ad altezza d’occhio, il che consente di essere meno invasivi verso il soggetto, ma anche avere a disposizione un rullino di soli 12 pose. Il talento di Maier si rivela anche dai provini a contatto, prezioso strumento usato dai fotografi per scegliere lo “scatto buono” tra i molti realizzati su uno stesso soggetto: le serie esposte mostrano come la fotografa non avesse bisogno di “tornare sui suoi scatti”, ossia di fotografare una situazione più volte per raggiungere un risultato di qualità.

Vivian Maier, Untitled, 1954, New York © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Una sezione della mostra è dedicata ai ritratti: gente comune, incrociata per un istante e fotografata per strada, di ogni classe sociale; eleganti signore in veletta, bambini sudici, ragazzi dall’aria furba, persone umili, anziani con la pelle solcata da rughe, volti che raccontano una storia. Poi c’è la street life, i quartieri, il movimento, i negozi: porzioni di  vita ordinaria nello svolgersi della quotidianità. In alcune fotografie l’interesse si concentra sulla forma, che diviene quasi protagonista: geometrie, simmetrie, parallelismi, linee e prospettive. Una tendenza che si accentua quando inizia il capitolo della fotografia a colori, al principio del 1970: Maier passa alla Leica e al 35 mm, abbandonando il formato quadrato che aveva contraddistinto il suo lavoro. Esplora le possibilità offerte dal linguaggio cromatico, divertendosi con la realtà con spirito giocoso, evidenziando dettagli sgargianti, scherzando sulle armonie o sui contrasti di colore.

Vivian Maier, Untitled, Chicago, August 1976 © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

La parte più curiosa ed enigmatica della mostra è quella dedicata all’autoritratto. Ed è anche la più divertente, perché l’allestimento prevede una serie di specchi, di diversa forma e dimensione, posizionati in modo strategico, che permettono al pubblico di fare esperimenti con la propria immagine e il contesto. Quanto ai celebri e numerosi autoritratti della nostra Mary Poppins della fotografia, la modalità ricorda più il selfie che i canoni classici. Sono scatti rubati a se stessa nel suo habitat prediletto, la strada. Il suo viso spigoloso fa capolino nell’immagine, talvolta nitido, talvolta velato, talvolta quasi impercettibile in mezzo ad una scena movimentata; riflesso in specchi, vetri, vetrine o in qualsiasi superficie riflettente si presti al caso.

Vivian Maier, Self-portrait, 1953 © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Oppure la sua ombra, cappellino compreso, entra nel perimetro dell’immagine; spesso è il soggetto principale, come nella celebre foto a colori della silhouette di Vivian proiettata sull’erba e punteggiata di fiori. “Una costante necessità di apporre la propria firma, di dichiarare, forse anche a se stessa, la propria presenza dentro la vita reale” commenta il curatore Piero Pozzi. Le sue immagini raccontano l’esistenza, la natura profonda dell’essere umano colta in frammenti di tempo, registrati da due occhi di donna e da una macchina fotografica.

Vivian Maier, Self-portrait © Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

C’è chi tiene un diario in cui scrive parole. Quello di Vivian era composto di immagini. La frase di Michael Williams riportata in mostra riassume al meglio un attitudine e una vocazione:  “Ecco qual era il suo grande progetto: la sua vita; fare esperienza della vita attraverso la fotografia”.

 

VIVIAN MAIER. STREET PHOTOGRAPHER
a cura Anne Morin e Piero Pozzi

Scuderie del Castello Visconteo, Pavia
9 febbraio – 5 maggio 2019

mar-ven 10:00-13:00 e 14:00-18:00
sab, dom e festivi: 10:00- 19:00

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