“Uniform” | Identità e apparenza: le divise da lavoro nella società

Paola Agosti, Giovane operaia ferraiola in cantiere, Forlì, 1978 © Paola Agosti
di Claudia Stritof
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John Berger nel suo libro Sul guardare svolge un’attenta analisi su alcune immagini del fotografo tedesco August Sander, mettendo a confronto il ritratto dei suonatori di una banda di paese e la fotografia di quattro missionari protestanti. In queste due immagini lo studioso nota come gli abiti eleganti indossati dai contadini appaiano innaturali, tanto da “deformare il corpo”, al contrario della naturale autorevolezza con cui i missionari portano i loro.

Secondo Berger, “gli abiti confermano e valorizzano la presenza fisica di chi li indossa […] trasmettono lo stesso messaggio dei volti e dei corpi che rivestono” e nei contadini, così come nei missionari, gli abiti ci parlano di un ritmo corporeo, che “è collegato all’energia richiesta dalla quantità di lavoro da svolgere”; se gli abiti eleganti impediscono i movimenti liberi e ampi dei musicisti della banda, al contrario i completi dei missionari contengono perfettamente i loro movimenti sedentari e posati.

Graciela Iturbide, Mercato, Città del Messico, 1978 © Graciela Iturbide

L’evoluzione del vestiario non è dettata solo da esigenze estetiche, ma soprattutto funzionali, che nel tempo hanno ammantato gli abiti di un’importante simbologia. Sono proprio questi i concetti indagati nella mostra curata da Urs Stahel, Uniform. Into the work/out of the work, presso la Fondazione MAST di Bologna.

Una nuova esposizione che stimola la riflessione intorno al concetto di “uniforme” e di “divisa”. Due sinonimi che sono al tempo stesso contrari, in quanto la prima parola comunica un senso di inclusione, mentre l’altra fa emergere l’idea di separazione. Una duplice accezione che presuppone l’appartenenza o l’esclusione da un determinato gruppo, come denotano le ormai storiche definizioni di “colletti blu”, “colletti bianchi” e “colletti rosa”.

Weronika Gęsicka, Senza Titolo, dalla serie “Traces” © Weronika Gęsicka

Diverse sono le tipologie di lavoratori rappresentate, con grande immediatezza, nei ritratti di Stephen Waddell: un asphalter inglese, un’assistente di volo, un giornalista in completo bianco e un uomo vestito in abiti casual con un sacco blu-argento in mano, di cui non capiamo bene il ruolo, potrebbe essere un fattorino di una società di servizi, così come un cliente. Un dubbio che ci porta a interrogarci sull’esistenza o meno della perfetta simbiosi tra persona, professione e ruolo sociale, dilemma consapevolmente riproposto durante il denso percorso proposto dal curatore.

Si pensi al solo dato che i fotografi in mostra sono 44, mentre le opere ritraggono lavoratori di tutte le epoche, coprendo un arco di tempo che va dai primi anni del XX secolo fino ai giorni nostri: dagli scatti di inizio Novecento di August Sander, ai “piccoli mestieri” di Irving Penn, alle tute degli scaricatori di carbone ritratti da Walker Evans o quelle delle operaie fotografate nelle officine della Fiat da Paola Agosti negli anni Settanta; le tute nere dei minatori del cinese Song Chao, oppure gli abiti con funzione protettiva del messicano Manuel Álvarez Bravo, di Hitoshi Tsukiji, di Sonja Braas, Hans Danuser e Doug Menuez, per giungere al valore simbolo di classe e di ostentazione del potere, come nel grande “Ritratto di gruppo dei dirigenti di una multinazionale” di Clegg & Guttmann.

Irving Penn, Macellai/Les Garçons Bouchers, Parigi, 1950 © Condé Nast

Un’analisi che ci porta a riflettere sulla storia nel suo scorrere, sull’evoluzione socio-culturale avvenuta in seno alla società, in seguito allo sviluppo di nuove tecnologie e nuovi mestieri; senza tralasciare l’importanza che l’abito possiede in quanto simbolo di metamorfosi esistenziale, come avviene nei sette ritratti del soldato “Olivier” realizzati da Rineke Dijkstra, la quale ha fotografato il giovane francese Olivier Silva dal momento del reclutamento nella Legione Straniera fino alla fine del suo addestramento, durato 36 mesi.

La lista è ancora lunga e certamente non viene dimenticata l’analisi della progressiva trasformazione dell’abbigliamento da lavoro in moda, come proposto dai fotografi Olivier Sieber, Andreas Gelpke, Andri Pol, Paolo Pellegrin, Herb Ritts e Weronika Gesicka; ma il viaggio si fa ancor più denso, perché dallo studio che la fotografia storica ci propone, si giunge infine a un secondo percorso, con l’esposizione monografica di Walead Beshty dal titolo Ritratti industriali, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte, fotografati con l’intento di rappresentare le persone nel loro ambiente lavorativo, la loro funzione e il ruolo professionale che svolgono in seno al mondo e al mercato dell’arte.

Herb Ritts, Fred con pneumatici, The Body Shop, Los Angeles, 1984 © Herb Ritts/Trunk Archive

Le due mostre della Fondazione MAST confermano ancora una volta il valore della ricerca condotta dal curatore e dai suoi collaboratori, proponendoci un viaggio complesso, denso di riferimenti sociologici, culturali e simbolici da sondare con grande attenzione, per poter comprendere come l’abito da lavoro abbia inciso sul nostro modo di essere e di apparire.

Walead Beshty, Artista, Santa Monica, California, 2009, courtesy of the artist and Regen Projects, Los Angeles © Walead Beshty

 

UNIFORM | INTO THE WORK/OUT OF THE WORK
a cura di Urs Stahel

Fondazione MAST
Via Speranza 42, Bologna
fino a settembre 2020

La mostra è temporaneamente sospesa a causa dell’emergenza  Covid-19. Per aggiornamenti consultare il sito del MAST , dove potete trovare tutte le informazioni e alcuni video tematici sull’esposizione, per poterla esplorare anche durante questo periodo di chiusura.

 

1 aprile 2020

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