Street view ǀ La meta-fotografia di Michael Wolf

di Dario Orlandi
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Può capitare che un trasferimento ti porti a Parigi, la Ville Lumière, patria d’elezione della fotografia e di figure quasi mitologiche come Atget, Cartier-Bresson e Doisneau; splendida nella sua bellezza immutabile.
Può capitare tuttavia che il peso di tanta bellezza e l’ingombrante eredità iconografica diventino armi a doppio taglio: come fotografare Parigi senza cadere nei luoghi comuni?

Nel 2008 Michael Wolf si trova in questa situazione: un trasferimento inatteso, il desiderio di dare spazio a uno sguardo curioso (“sbirciare soddisfa la mia estrema curiosità per le persone; la fotografia è per me un’estensione”) e una città a tratti non fotografabile senza il rischio di cadere nella retorica e nel già visto.
Pochi mesi prima Google aveva lanciato Street View, la piattaforma per esplorare le città in maniera virtuale: un’automobile con una curiosa torretta (sinistramente simile ai mezzi corazzati di pattuglia nei posti di guerra – sfiziosa analogia – ma questa è un’altra questione!) che gira per le strade delle città, registrando tutto quel che vede e rendendole navigabili dal computer.
Wolf intuisce di trovarsi davanti a un “modo completamente nuovo di guardare la città”: la “Città-Google” diventa per lui oggetto di una meta-esplorazione alla ricerca di elementi curiosi e rilevanti; il meta-fotografo contemporaneo esplora il meta-mondo come il fotografo materico esplora il mondo tattile.

Il mondo virtuale fissato spietatamente da una macchina incosciente diventa un’inattesa antologia di scenari umani: una coppia che si bacia romanticamente in strada, la sagoma surreale e inquietante di un passante che imbraccia un fucile di precisione, un ciclista còlto nell’istante tragicomico di una caduta rocambolesca, il dramma di una persona accasciata al suolo (probabile vittima di un malore), l’immagine ammiccante di un’avvenente signorina che sbircia nella propria scollatura.

Altre immagini scimmiottano a loro insaputa icone monumento dell’immaginario collettivo fotografico (dal già citato bacio alla Doisneau, al salto di Cartier-Bresson, al cane randagio di Koudelka), diventando potenziali forme estetiche di un atto inconsapevole.
Infine le reazioni di chi per celia o per dissenso innalza un dito medio verso la telecamera che lo consegnerà imperituramente al mondo virtuale; e di chi – ormai arresosi a questo ineludibile destino – si muove in città intrappolato nei riquadri e dalle frecce che il software disegna per l’esploratore virtuale.

L’effetto è dirompente, apparentemente leggero – a tratti decisamente divertente – denso di interrogativi sul senso del presente virtuale e del documento nell’epoca della smaterializzazione. Non è un caso che Fred Ritchin abbia scelto l’immagine di Wolf di una passante intrappolata in un bivio di frecce di navigazione virtuale come copertina allegorica del suo Bending the frame, uno dei più interessanti saggi sulla fotografia documentaria nell’epoca della post-fotografia (Aperture, 2013).

All’interrogativo sul senso del documento si affianca quello sull’autorialità: “Quando una foto di Google Street View diventa un’immagine di Michael Wolf?”, si chiede il fotografo. Ed è fotografia quella che taglia porzioni di supporto digitale, per giunta registrate da un mezzo esterno e inconsapevole?
La questione apre a una riflessione sul senso del mezzo e su come reinterpretarlo al tempo del virtuale: se la fotografia è quell’oggetto visuale che ha un rapporto particolare con l’esistente e prende forma grazie alla curiosità di uno sguardo selettivo, poco importa che l’oggetto dello sguardo sia reale o virtuale. Anzi, quanto più il mondo diventa mediato, tanto più ha  senso che la fotografia diventi immagine del meta-mondo.

Un’immagine fotografica diventa fotografia d’autore quando uno sguardo consapevole seleziona quel che trova rilevante, dandogli forma e sequenza.
In Street View – come negli altri lavori della macro-serie Life in cities – colpisce la leggerezza consapevole con cui Wolf inquadra temi assai densi, anche grazie a una profonda coscienza del mezzo che lo porta a intraprendere soluzioni coraggiose e non convenzionali. Il gusto per l’ironia e la libertà di sperimentazione sono per Wolf gli artifici socratici verso un’esplorazione curiosa e irriverente di nuovi orizzonti della fotografia come strumento di lettura del presente.

 

Fotografie: © Michael Wolf, dalla serie Street view.

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