Romano Cagnoni | L’essenza della storia

Fidel Castro e la bandiera cubana. Cile, 1971.
di Claudia Stritof
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Ironico, sagace e rivoluzionario, Romano Cagnoni nel corso della sua carriera di fotografo ha raccontato gli eventi più importanti dell’ultimo cinquantennio, facendo della veridicità dell’informazione il principio animatore della sua intensa ricerca professionale.

Fotografo di estrema coerenza intellettuale, Cagnoni ha abbracciato l’idea di fotografia totale, ovvero “quella che racconta la storia dell’uomo, il rapporto con se stesso, con il prossimo e la società in cui vive”, tanto da definire le sue fotografie “un documento umano di impatto visivo”, perché solo capendo l’umanità intorno a sé, il fotografo può comprendere e far comprendere la vera essenza della storia.

Le sue fotografie sono rivelazioni d’esistenza, frutto di un’esplicita scelta stilistica caratterizzata da un’estrema sintesi visiva che, concentrandosi su pochi ma ben definiti elementi, permettono di rivelare il fenomeno della vita stessa e la dignità propria delle persone da lui incontrate. Sinfonica è la gestualità dei cavatori di Carrara, leggiadro il passo della donna incinta che attraversa l’instabile passerella in Nuova Guinea e tragica la vista delle macerie di Dubrovnik.

Vietnam del Nord, 1965, una bambina in un bunker insieme al padre.

Le composizioni sono nitide e, piuttosto che inserire elementi, Cagnoni procede per sottrazione, focalizzandosi su dettagli altamente evocativi che si caricano di una devastante forza persuasiva.

Memorabile è la fotografia realizzata a Sarajevo nel 1992, in cui ritrae una bambina dallo sguardo dolce e sicuro, che porge al fotografo una bomba da mortaio. Uno scatto brutale, tanto quanto la visione della morte stessa, perché Cagnoni rifugge la retorica della fotografia di guerra e stimola la riflessione dell’osservatore ponendolo davanti all’esistenza di una bambina giornalmente costretta a vivere in una situazione di indicibile violenza.

È la potenza di questi dettagli, l’universalità dei sentimenti e il rispetto dell’Uomo che rende unico il lavoro di Cagnoni a cui – a un anno dalla scomparsa – è dedicata la mostra La Rivelazione Umana, a cura di Benedetta Donato, per Photolux Festival che, insieme ad AFIP International e in collaborazione con 6Mois Internazionale, ha intitolato a Cagnoni il premio per il fotogiornalismo, vinto dal fotografo Gianluca Panella con il progetto Bijanibiha.

Sarajevo, 1992, una ragazzina tiene in mano una bomba da mortaio.

Romano Cagnoni si avvicina alla fotografia da giovanissimo presso uno studio fotografico di Pietrasanta, dedicandosi principalmente all’attività di fotografo da spiaggia, ma bramoso di conoscenza e con la volontà di allargare i propri orizzonti professionali. In seguito, si trasferisce a Londra dove vive in un appartamento adibito a camera oscura vicino al British Museum.

Dopo un inizio come fotografo di matrimoni e gli scatti “rubati” a Elizabeth Taylor e al marito Eddie Fisher, pubblicati su importanti riviste internazionali, in pochissimo tempo si fa conoscere per il suo stile rigoroso, maturato grazie ai consigli della seconda moglie, la pittrice Berenice Sydney e del suo maestro, Simon Guttmann, intellettuale tedesco e mentore di importanti fotoreporter come Robert Capa.

Il Presidente Ho Chi Minh e il Primo Ministro Pham Van Dong, Hanoi, Vietnam del Nord, 1965.

Segue la campagna elettorale di Harold Wilson, poi i funerali di Churchill e, nel 1965, è l’unico fotografo non comunista a venir ammesso nel Vietnam del Nord per realizzare un servizio insieme al giornalista James Cameron. Giunti a Hanoi i due vengono ricevuti al palazzo presidenziale dal Primo Ministro Pham Van Dong e dal presidente Ho Chi Minh, che inizialmente non acconsente a farsi ritrarre, ma che cede grazie all’ironia di Cagnoni, definito da “zio Ho”, un buon rivoluzionario per il suo ottimismo e la sua caparbietà.

Nel 1967 Cagnoni parte da Lisbona su un DC7 carico di munizioni per andare in Biafra con l’intento di documentare un conflitto all’epoca “poco seguito dai giornali perché non vi erano forti interessi politici o economici”, e fu soprattutto grazie alla sua perseveranza nel raccontarlo che l’opinione pubblica cominciò a interessarsi alla situazione.

Un servizio toccante e brutalmente narrativo le cui fotografie vennero pubblicate in grande tiratura da diverse edizioni di Life, facendogli ottenere il prestigioso premio Overseas Press Award. Tragiche sono le immagini dei bambini denutriti, strazianti i volti delle madri disperate e iconica la fotografia dei 150 soldati Igbo nel giorno del reclutamento, scatto che l’editore del Sunday Times, Harold Evans, ha definito “una potente immagine di guerra e di sacrificio”.

Reclute in Biafra, 1968.

Lo stesso Evans, nel suo libro Pictures On A Page, ha citato Cagnoni come uno dei cinque fotografi più importanti del XX secolo, ed è impossibile dar torto a Evans perché, anche se non deve essere stato facile affrontare i fantasmi delle sofferenze esperite sul campo di battaglia, Cagnoni è stato un fotografo esigente, metodico e puntuale, peculiarità che lo hanno eretto a cantore della storia.

Negli anni Ottanta, dopo la morte della seconda moglie, torna a Pietrasanta, dove scatta fotografie con il banco ottico nelle cave di marmo; un luogo magico, che stimola la riflessione e fa emergere i ricordi, permettendogli di riacquisire la giusta serenità d’animo per proseguire il proprio lavoro. Con questa esperienza alle spalle e con tanto coraggio e gusto per la sperimentazione, decide di intraprendere nuovi viaggi insieme a Patricia Franceschetti Cagnoni, sua compagna di vita e anche lei fotografa.

Cecenia, 1995. Ali, 31 anni, venuto dal Tagikistan per combattere, ritratto nello studio fotografico mobile allestito da Romano Cagnoni nel centro di Grozny durante la guerra.

Si reca in Afghanistan dove fotografa di nascosto l’occupazione dell’esercito sovietico, in Jugoslavia per documentare “la più grande distruzione bellica in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”, in Romania per seguire da vicino la rivoluzione, a Grozny ritrae i soldati ceceni allestendo un set fotografico di fortuna.

Infine, nel 2005, quasi ottantenne, entra in Siria clandestinamente per documentare la vita nei campi profughi, ed è qui che ai ragazzi presenti chiede di scattare un selfie con l’intento di far dire loro: “nonostante la guerra, nonostante le discriminazioni, nonostante la violenza, io esisto”.

Romano Cagnoni ha raccontato la storia dell’umanità e oggi il suo archivio fotografico è uno scrigno di memoria, che induce a riflettere sull’importanza del ricordo come elemento indispensabile per la crescita civile di ogni individuo, che solo diventando opinione pubblica, critica e pensante, può conquistare e garantire il diritto alla giustizia e alla verità.

 

ROMANO  CAGNONI | LA RIVELAZIONE UMANA
a cura di Benedetta Donato

Villa Bottini
Via Elisa 9, Lucca
PHOTOLUX FESTIVAL | 16 novembre – 8 dicembre 2019

da lun a ven:  15:00 – 19:30
sab e dom:  10:00 – 19 :30

 

Fotografie © Romano Cagnoni

 

15 novembre 2019

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