Roger Ballen | The dark side of the mind

Roger Ballen, Prowling, 2001 © Roger Ballen
di Daniela Mericio
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Le fotografie di Roger Ballen non sono facilmente descrivibili a parole. Non sono state scattate per dialogare con la nostra mente razionale, ci colpiscono in qualche piega nascosta del nostro animo seguendo percorsi indefinibili, scavalcano ogni connessione logica e arrivano dirette al subconscio. Evocano sensazioni, sollecitano una risposta emotiva e il più delle volte hanno l’aspetto di un incubo.

Del resto, lo stesso autore ha affermato: “La fotografia non ha nulla a che fare con le parole. Il mio lavoro è organizzare relazioni visive.” E avverte sornione: “Se le mie immagini vi mettono a disagio, dovreste capire perché. Forse hanno toccato qualcosa di profondo dentro di voi. Il che non è un problema mio, potrebbe invece essere un problema vostro”. Nato a New York nel 1950, Ballen si è trasferito in Sudafrica nel 1982. Ha studiato psicologia e geologia: discipline che, scavando strato dopo strato, indagano un spazio, mentale o fisico, attraverso una discesa in profondità.

Roger Ballen, Transformation, 2004 © Roger Ballen

Il suo stile è stato definito “dark”, un’etichetta che non entusiasma l’autore e a ragione, se dark è inteso nel senso più trito e banale del termine. Se tuttavia si intende dark nel senso, non per forza negativo, di “oscuro, misterioso, non ancora conosciuto o ri-conosciuto” la definizione risulta calzante. Le sue opere fanno scattare una scintilla, catturano lo spettatore rivelando parti di sè ignorate, rifiutate, inconsce. Inoltre, a ben guardare, accanto all’inquietudine trapela un che di buffo, bizzarro, quasi giocoso. Se da un lato sono immagini universali, che mostrano la condizione umana nei suoi risvolti più angoscianti e meno piacevoli, dall’altro sono specchio dell’individualità del loro creatore. Svelano l’unicità affascinante di un’artista originale, la cui ricerca si è evoluta negli anni sviluppando un linguaggio che unisce pittura, disegno, scultura e fotografia.

Senza dimenticare video e installazioni, che l’autore coltiva con successo come modalità espressive parallele. I fink u freeky, video realizzato nel 2012 per la band sudafricana Die Antwoord ha spopolato su You Tube, raccogliendo oltre 125 milioni di viste. Un “mix di media” che, sostenendosi ed amplificandosi a vicenda, hanno creato un’estetica immediatamente riconoscibile, uno stile ormai noto denominato Ballenesque (titolo dell’ampia retrospettiva pubblicata da Thames & Hudson nel 2017).

Roger Ballen, Alter Ego 6066, 2010 © Roger Ballen

Nella mostra alla Galleria Sozzani The Body, the Mind, the Space, ci troviamo immersi in un universo ai confini tra realtà e immaginazione, fatto di caos e follia. Un mondo amorale, primitivo, illogico. Dove la fotografia incontra l’art brut, il teatro dell’assurdo, il surrealismo. Tempo e spazio sono sospesi, grazie anche all’uso esclusivo del bianco e nero, utilizzato da Ballen, così come l’analogico, per tutta la sua carriera. O quasi, visto che da due anni a questa parte sta sperimentando, con grande soddisfazione, il digitale e il colore (ma non ne troverete traccia nell’ esposizione milanese). Il percorso prevede un’anticamera, un’installazione site-specific, circondata da pareti ricoperte da disegni. Varcato questo “confine” si accede alla parte fotografica, suddivisa in tre sezioni. The Body, The Mind, The Space: corpo, mente e spazio, tre concetti chiave che Ballen interpreta in modo del tutto singolare.

Nella sala dedicata al corpo, o meglio ai soggetti, si trovano ritratti, intensi ed enigmatici, di persone ai margini della società, i “bianchi poveri” del Sudafrica. Incontriamo volti dai dettagli deformati e grotteschi, posture rassegnate e involute, espressioni smarrite, assenti, indecifrabili. Animali (gatti, topi, uccelli, serpenti) e oggetti (quadri, fili elettrici, bambole, suppellettili) sono anch’essi soggetti, corpi, e la loro importanza nell’immagine è pari a quella degli individui. Se i primi lavori  (Platteland, 1994; Outland, 2001) si concentrano sulle persone nel loro ambiente, la figura umana sparisce gradualmente dalle composizioni nelle opere successive.

Roger Ballen, Blinded, 2005 © Roger Ballen

Solo alcune parti del corpo (piedi, gambe, mani) trovano spazio nelle fotografie; oppure i volti sono coperti da maschere, nascosti da tessuti logori o da scatole (Shadow Chamber, 2005). Fino ad arrivare al punto in cui i protagonisti sono altri. Animali, elementi vivi e imprevedibili in uno spazio immobile, presenze costanti nei lavori di Ballen, che afferma di “avere sempre cercato di individuare l’animale nell’uomo e l’uomo nell’animale”, per non scordare quel collegamento originario da cui la società contemporanea sembra essersi dissociata. E soprattutto dipinti, disegni simili a graffiti, a pitture rupestri, che invadono lo spazio ricoprendo intere pareti, creando elaborati pattern pittorici (Boarding House, 2009; Asylum of the birds, 2014).

Tralasciando i primi lavori di carattere documentario, nelle opere di Ballen lo spazio è chiuso, angusto, claustrofobico: i soggetti sono ripresi in interni, in ambienti degradati e squallidi, dove i muri sono scrostati, percorsi da fili elettrici, coperti di chiazze, scritte, disegni. Ogni dettaglio (anche una macchia) ha un senso, non è accidentale o casuale: è organico, essenziale nell’equilibrio contenutistico e compositivo delle fotografie, la cui chiarezza di forme, con ogni particolare a fuoco, è impeccabile.

Roger Ballen, Closeted, 2014 © Roger Ballen

In principio Ballen esplorava un’area prescelta, entrava nelle case  e fotografava i soggetti negli ambienti in cui essi vivevano, con l’andare degli anni l’autore ha cominciato a stabilire dei rapporti di collaborazione con le persone che ritraeva, trasformandoli in attori involontari, personaggi che recitano se stessi offendo spunti al fotografo; ha iniziato a ricercare edifici abbandonati per ricreare un set, un palcoscenico in cui riprendere non fotografie costruite, ma situazioni createsi a partire dall’accostamento di alcuni elementi, mai del tutto prevedibili.

“In un certo senso, le immagini nascono da installazioni: vado in un luogo, trovo oggetti e materiali, li metto insieme e creo uno spazio dove scattare. L’idea di realizzare vere e proprie installazioni artistiche è nata dall’evoluzione di questo processo” Sono spazi che assemblano elementi apparentemente estranei tra loro, dove tutto è possibile, perché sono rappresentazioni fisiche di uno spazio interiore, che non segue le leggi della realtà.

Roger Ballen, Divided Self, 2007 © Roger Ballen

Tale aspetto è ancora più evidente quando si accede alla sezione della mostra dedicata alla mente, dove ci si trova circondati da immagini che paiono allucinazioni. Appartengono al lavoro The theatre of apparitions (2016), ispirato dalle incisioni su vetro sulle finestre scure di una prigione femminile. Ballen ha sperimentato il procedimento e ha prodotto risultati ineguagliabili, grazie al sapiente uso della luce e della tecnica fotografica: quelli che ci troviamo di fronte sono spettri, figure simili a fossili, fantasmi dai contorni evanescenti fluttuanti nell’oscurità.

Rappresentazioni nate nei più remoti recessi della psiche, dove hanno origine i sogni e i processi creativi. Come afferma il fotografo, sono immagini “psicologiche per natura, nate dal mio immaginario più profondo. È un luogo difficile da raggiungere, ho impiegato molto tempo non solo per arrivarci, ma anche per definirlo visivamente.”

 

ROGER BALLEN | THE BODY, THE MIND, THE SPACE

Fondazione Sozzani
corso Como 10, Milano
9 giugno – 8 settembre 2019

tutti i giorni: 10:30 – 19:30
mer e gio: 10:30 – 21:00

 

30 luglio 2019

1 Comment

  • Le fotografie di Ballen sono inquietanti e studiatissime nei particolari, con lo scopo preordinato di colpire l’osservatore nel profondo, provocandone il disagio. Checchè ne dica l’artista, la definizione di “dark” per il suo lavoro è assolutamente calzante. Detto questo, è un fotografo bravissimo, che vale la pena di conoscere.

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