“Molecole”. Indizi di fotografia nell’ultimo film di Andrea Segre

di Liliana Grueff
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Nel presentare alla 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il suo ultimo film Molecole, Andrea Segre ha parlato dei vuoti di Venezia, dove ha girato il film durante il lockdown, e anche dei vuoti della sala in cui stava per essere proiettato, riempita solo parzialmente per via del distanziamento imposto dalla pandemia. Una corrispondenza, questa estemporaneamente sottolineata dal regista, che ci introduce e si affianca a quelle esplorate nel film e cui sembra affidarsi nel suo interrogarsi, dolente e smarrito, sul suo rapporto con il padre scomparso e con la sua città.

Sorpreso dall’aggravarsi della pandemia a Venezia, dove intendeva girare un film sull’acqua alta e sul troppo turismo, Andrea Segre decide di restarvi, e il film che girerà prenderà tutt’altra piega. Attraverso il tema del vuoto, dell’assenza, il regista declina il nucleo emotivo del suo film: il rapporto, intessuto di silenzi, di non detto, con il padre e con la sua città, fragile anch’essa, come il suo cuore minato da un soffio che ne causerà la morte (e che forse, come il padre, gli nasconde un segreto).

Venezia – città dell’occhio secondo Josif Brodzkij – quale si è mostrata in quel periodo, con i suoi vuoti, il suo silenzio e le sue acque/specchio, è il reagente che fa affiorare pensieri e verità latenti, e il “correlativo oggettivo” del suo rapporto con il padre. Progetto difficile e coraggioso, scavo intimo nato da accadimenti non previsti e non controllabili, il film si muove sul crinale sottile di un’esperienza emotiva e dell’indagine su un luogo complesso quale è la città lagunare.

Nel suo interrogarsi di figlio adulto, il regista ripercorre il suo rapporto con il padre e con la città alternando brani di memorie familiari a brani documentari che ci mostrano una Venezia non solo monumentale, ma anche lagunare, di isole, pescatori, barene che scompaiono, di residenti resilienti. E ci consegna un film, fra il diario intimo e il documentario, intenso e coinvolgente, dal fascino sottile anche se con esiti a tratti disomogenei.

Immagine dall’archivio familiare del regista.

Intessuto di immagini familiari, di archivio e di altre da lui girate in città e in laguna, il film vuole andare oltre la pelle della città ed essere al contempo un’elaborazione del trauma della perdita e della sparizione. Perdita e sparizione che anche Venezia vive, rappresentando così quasi una spazializzazione dei vuoti e dei silenzi che hanno caratterizzato il rapporto con il padre, e che la città, come anche la sala di proiezione, riverbera.

Un’annotazione certo estemporanea, quella del regista relativa alla sala, ma che mostra un’attitudine diversa dalla narrazione filmica per lo più documentaria delle sue pellicole più note. Se in un film l’attenzione è rivolta soprattutto all’intreccio narrativo che si dipana tutto entro i bordi e all’interno della sequenza di immagini che lo costituisce, la sensibilità a corrispondenze, luoghi e circostanze, l’uscire dai margini in una sorta di impaginazione, di mise-en-abîme spazializzata, mostra una sensibilità all’immagine vicina alla fotografia. A una fotografia come pratica introspettiva, come conoscenza di sé attraverso i luoghi che ha portato il regista ad indagare insieme il padre e la città.

Una delle fotografie scattate dal regista all’indomani dell’acqua alta, nel novembre 2019.

Indizio fragile, forse, ma sufficiente ad allertare lo sguardo e l’attenzione nei confronti del “fotografico”. E di fotografie, infatti, è ricco il film: foto scattate dal regista a Venezia dopo l’eccezionale acqua alta del novembre 2019 – che mostrano una Venezia per dettagli, di cui l’autore sottolinea il carattere fantasmatico, di sparizione – e, oltre a ritrovati filmini amatoriali del padre (quasi a rintracciare una genealogia al suo sguardo), foto di famiglia.

Una soprattutto, ricorrente, in cui l’autore bambino è in braccio al padre che fotografa attraverso uno specchio. Con il volto interamente coperto dalla macchina fotografica, e poi, in un successivo scatto, svelato. Chi ci guarda, si chiede ripetutamente il regista, e questa è una domanda, ancorchè declinata su un piano emotivo ed esistenziale, anche squisitamente (e forse inconsapevolmente) “fotografica”: come non pensare allo “sto guardando gli occhi che hanno visto l’imperatore” con cui Roland Barthes dà inizio alla sua magistrale riflessione sulla fotografia?

Il regista Andrea Segre in braccio al padre in una fotografia d’epoca.

In margine ad una recente proiezione fiorentina del suo film, il regista, collegato via cellulare, a domanda su quali fossero i suoi rapporti con la fotografia ha risposto che, fino al ritrovamento, avvenuto pochi anni fa, di una vecchia Olympus di suo padre, non ne era particolarmente attratto. Da allora invece ha iniziato a fotografare, scatta pochi rullini all’anno ed è affascinato dalla limitazione costituita dall’esiguo numero di scatti che la pellicola consente, e dal tempo che intercorre fra lo scatto e la visione della foto, che gli permette di pensare e di riflettere.

Quanto detto da Andrea Segre non ci ha stupito, e conferma l’intuizione di una sensibilità vicina alla fotografia. Di cui un eco ci pare presente in questo suo ultimo film, che si potrebbe vedere anche come tensione fra posa e passaggio, fra il silenzio delle immagini, il loro non poter dare risposte agli interrogativi che la voce narrante del regista continuamente pone, e il desiderio di portarle, attraverso il cinema sul terreno scivoloso dei significati e delle corrispondenze.

Anche se dal punto di vista fotografico non ritroviamo nelle riprese della città l’efficacia espressiva che contraddistingue l’uso delle immagini familiari e le fotografie scattate dal regista all’indomani dell’acqua alta.

È nella parte finale del film che le immagini di Venezia raggiungono l’intensità della dolente meditazione del regista, ed esprimono il tema della sua riflessione, che è la morte (cioè la vita).

Quando la cinepresa ci accompagna in una Venezia livida, notturna, nebbiosa, dove la laguna è liquido amniotico e anche palude Stigia (e viene in mente una foto veneziana di Gianni Berengo Gardin, L’angelo della morte) e dove le calli sono come passaggio stretto, obbligato, varco e soglia verso l’ignoto.

È qui che – per usare parole ancora di Roland Barthes – le immagini “ci avvengono”. Come al regista deve essere “avvenuta” Venezia.

 

Tutte le immagini sono tratte dal film Molecole. Fotografia Di Matteo Calore e Andrea Segre

 

10 novembre 2020

1 Comment

  • Il testo disvela la costruzione e la scoperta di un rapporto del regista col padre e con la città del padre.
    L’elemento vivo e presente ma colto in un momento di sospensione e incerta attesa: Venezia, e il ricordo del padre morto attraverso fotografie da lui scattate e origine di una scoperta e costruzione di un rapporto interrotto e in divenire.
    E’ ben colto il generarsi di questa tessitura originata dalle ricorrenti, ripetute immagini fotografiche di una vita conclusa ( la famiglia, la nonna, la città…) eppure genesi di una nuova comprensione del duplice rapporto col padre e con la di lui città.

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