Masayoshi Sukita | Stardust Bowie

Masayoshi Sukita, Watch That Man I, 1973
 di Claudia Stritof
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Masayoshi Sukita è un uomo silenzioso, dai movimenti discreti e dai modi gentili, il quale risponde alle domande che gli vengono poste in modo puntuale e mai scontato; dopotutto come potrebbe essere altrimenti, avendo condiviso con gli artisti più importanti della seconda metà del Novecento momenti indimenticabili della sua carriera di fotografo.

Sukita nasce nel 1938 a Nōgata, nella prefettura di Fukuoka, in Giappone, in anni non certo felici per il paese a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Un evento che rappresenta per lui un drammatico spartiacque, poiché il padre muore in battaglia, la situazione economica della famiglia precipita ed è la madre a occuparsi amorevolmente dell’educazione dei propri figli.

Nonostante le difficoltà economiche in cui versa la famiglia, Sukita chiede in dono una macchina fotografica, una richiesta che viene soddisfatta dalla madre, che comprendere l’esigenza del ragazzo e la passione che lo anima. A lei Sukita scatta la prima fotografia, che già denuncia l’estetica raffinata ed essenziale che il fotografo raggiungerà in pochissimo tempo.

Masayoshi Sukita, As I Ask You To Focus On, 1973

Dopo essersi diplomato al Japan Institute of Photography, inizia a lavorare in un’agenzia pubblicitaria, per poi trasferirsi a Tokyo nel 1965, diventando un ottimo fotografo di moda maschile. È però durante il viaggio a Osaka che affina lo stile, assumendo un linguaggio ben strutturato grazie agli insegnamenti di Shisui Tanahashi, tra i più importanti fotografi del Paese, il quale si dedicava anche alla fotografia paesaggistica e alla fotografia d’arte.

Sukita si nutre di differenti influenze culturali, guarda al mondo giapponese, ma anche alle subculture emergenti in Occidente. Vuole testimoniare i cambiamenti in atto: partecipa al Festival di Woodstock nel 1969, l’anno seguente è a New York dove scatta alcune fotografie durante il concerto di Jimi Hendrix, nel 1971 ritrae Andy Warhol e nel 1972 è a Londra per fotografare il leader dei T-Rex, Mark Bolan.

Dopo un intenso shooting fotografico con Bolan, il fotografo vede affisso sui muri della città il manifesto di The Man Who Sold the World di David Bowie, in cui il cantante è ritratto con la gamba alzata su fondo nero. L’immagine lo colpisce a tal punto da spingerlo a  partecipare al concerto, dove viene conquistato dal genio creativo di Bowie, tanto da volerlo incontrare.

Masayoshi Sukita, “Heroes” to come, 1977

Un desiderio subito esaudito grazie all’amica e stilista Yasuko Takahashi, che avendo collaborato alle prime sfilate londinesi di Kansai Yamamoto – il quale a sua volta aveva disegnato i costumi di scena di Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust – fa avere al manager il portfolio di Sukita. Il manager acconsente allo shooting e, nonostante le difficoltà dettate dalla barriera linguistica, tra Bowie e Sukita nasce una solida collaborazione professionale, che in poco tempo si trasformerà in grande stima umana e devota amicizia.

Nel 1973 i due lavorano nuovamente insieme, sia negli Stati Uniti che durante il primo tour di Bowie in Giappone, ma tra gli incontri più importanti, sicuramente è da ricordare quello del 1977 quando i due si ritrovano a Tokyo per la promozione dell’album The Idiot di Iggy Pop, di cui Bowie era stato il produttore.

Masayoshi Sukita, V-2 Schneider, 1977

Saputo dell’arrivo del cantante, Sukita lo contatta per realizzare un nuovo servizio che durerà circa due ore, una dedicata a Bowie e l’altra a Iggy Pop. L’atmosfera è rilassata e informale: Sukita coglie Iggy sorridente mentre indossa i tipici zoccoli in legno giapponesi comprati in un mercatino della città, mentre Bowie è ritratto con dei giubbotti di pelle neri su uno sfondo monocromo.

A colpire Sukita fu la grande grande vena interpretativa di Bowie, che molto doveva al proprio mentore Lindsay Kemp: movimenti misurati, grande consapevolezza della mimica facciale, come di quella corporea; si spettinava, assumeva espressioni dolorose, allucinate e sofferenti. Ciò che ancora non si sapeva è che all’interno di uno di quei sei rullini vi sarebbe stata la futura copertina dell’album Heroes di Bowie, così come quella del disco Party di Iggy Pop.

Dopo il servizio del 1977 Sukita e Bowie si incontrano a Kyoto nel 1980. Questa volta non scattano in studio, ma il cantante – amante della cultura giapponese e delle sue tradizioni – vuole vivere la città, così la sessione si svolge sulla metropolitana, al mercato tradizionale di Kyoto e per le strade, concludendosi in club, in cui ballarono fino a tarda notte.

Masayoshi Sukita, Same old Kyoto, 1980

Come racconta il fotografo nel libro David Bowie by Sukita, dopo due giorni il cantante manifestò la volontà di andare nel suo studio di Tokyo, con l’idea e il progetto “di rappresentare un orologio contemporaneo, che segnasse […] meno ore del normale, a simboleggiare la vita troppo frenetica e il tempo che finisce sempre per mancare”.

Molte altre furono le sessioni fotografiche condivise e – fra tutte – Sukita ricorda quella avvenuta nel 1989 a New York, quando vede per la prima volta Bowie con una lunga barba a nascondergli il suo bellissimo volto androgino. Dopo mezz’ora di scatti, Bowie – sempre a suo agio – guarda dritto in camera e nasce un’immagine intensa, che non a caso Sukita intitola Ki, che in giapponese significa “aria”, “anima”.

Masayoshi Sukita, KI, 1989

Le fotografie di Masayoshi Sukita sono ormai entrate nell’immaginario collettivo e molte sono state le retrospettive a lui dedicate. Fu durante la prima personale di New York nel 2015 che Bowie, impossibilitato a presenziare, manda una email al fotografo, definendolo: “un artista geniale […] un maestro”.

Questo fu l’ultimo contatto che Bowie ebbe con Sukita, perché poco più di un mese dopo David Bowie morì.

 

Da poco si è conclusa la mostra Stardust Bowie by Sukita, da me curata insieme alla ONO arte contemporanea, galleria che da ormai tanti anni si occupa della divulgazione circa il mondo della musica, del cinema, della moda e, in generale, di tutte quelle icone che hanno influenzato la cultura popolare del XX e XXI secolo. La mostra presso Palazzo Fruscione di Salerno ha voluto porre l’attenzione proprio su queste intercorrelazioni, non solo ripercorrere il rapporto professionale e personale tra David Bowie e il maestro della fotografia giapponese Masayoshi Sukita, ma sottolineare come tante sono le forze che tra loro interagiscono in un determinato periodo storico, le quali unendosi avviano talvolta vere e proprie rivoluzioni culturali.

 

Fotografie:  © 2020 Photo by Sukita

 

6 marzo 2020

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