Mario Giacomelli | Gente di Calabria

Mario Giacomelli, da "Il canto dei nuovi emigranti", 1984-85.
di Claudia Stritof
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Ognuno di noi ha un passato a cui guardare e una memoria a cui attingere per rinverdire il proprio essere. Di questo era convinto il fotografo Mario Giacomelli, quando disse: «tutto mi riporta all’infanzia, la mia è stata breve, ma mi accorgo che riesce ancora a nutrirmi».

Come ebbi modo di scrivere nel mio contributo al catalogo della mostra Mario Giacomelli e il suo tempo, edito da Silvana Editoriale, l’infanzia vissuta e quella immaginata sono due componenti importanti della sua cultura, intesa quest’ultima nel senso più ampio del termine: come insieme di conoscenze e costumi acquisiti dall’uomo in quanto facente parte di una società. Giacomelli trae nutrimento dalla terra, dal paesaggio, dalla gente e dalle tradizioni ancestrali che lo circondano ma, solo rielaborando tali consapevolezze, «l’idea si fa pensiero».

Giacomelli non amava allontanarsi dalla sua Senigallia; lo faceva sporadicamente ma, ogni volta che è accaduto, al ritorno dai suoi viaggi ha consegnato al mondo serie fotografiche di grande spessore concettuale. Nelle carte d’archivio del fotografo (conservate dalla nipote Katiuscia Biondi, a cui va il mio ringraziamento, congiunto a quello per il figlio di Mario, Simone) una pagina sgualcita racconta il dettagliato itinerario che Giacomelli compie verso la Calabria: dalla partenza, lunedì 15 ottobre 1984, fino al giorno del ritorno, domenica 21 ottobre.

Mario Giacomelli, da “Il canto dei nuovi emigranti”, 1984-85.

La Calabria colta da Giacomelli non è quella delle donne in abito tradizionale con “a bùmbula china” d’acqua in equilibrio sulla testa delle immagini di “Vie D’Italia”, né quella disperata del terribile terremoto del ’47 fotografato  da Federico Patellani, ma è un’altra: quella intima della “buona gente”, della vita quotidiana e delle faccende da compiere giorno dopo giorno con umiltà e devozione.

C’è il ritratto delle due “comari”, ci sono le viuzze strette dei borghi e gli uomini seduti in piazza a confabulare. Non sembrano gli anni ’80, tanto che la modernità la scorgiamo solo nei dettagli, come il filo elettrico bianco ancorato a un fragile muro di una casa di campagna, e sono proprio questi minuti segni a guidarci nella lettura delle fotografie di Giacomelli.

Come insegna lo studioso Daniel Arasse, è attraverso i dettagli che il significato dell’opera si rafforza: ed ecco che l’infreddolita donna, sdraiata sul letto, sembra riscaldarsi con una coperta di lana che ricorda quelle dell’esercito. Non ne abbiamo certezza, ma a parlarci delle sue umili condizioni sono le pareti umide della sala, che quasi stridono con la cerata intonsa a copertura del tavolo, così come a narrarci della sua profonda devozione religiosa sono le immagini votive alle sue spalle.

Mario Giacomelli, da “Il canto dei nuovi emigranti”, 1984-85.

Giacomelli visita Tiriolo, Cutro, Pentedattilo e molti paesini arroccati dell’interno ma – nonostante questo – il fotografo sembra non comprendere i racconti precedentemente sentiti sulla Calabria, almeno fino a quando non incontra la poesia Il canto dei nuovi emigranti di Franco Costabile. È in questo momento che, attraverso le parole del poeta, ritrova «quelle sensazioni di abbandono, di disfatta, di disgregazione che lo avevano più colpito».

Motivato dai versi di Costabile, nel 1985 Giacomelli intraprende un nuovo viaggio e come racconta il fotografo: a Pentedattilo «sembrava tutto abbandonato. Poi sono arrivato in cima a questa strada, guardo sotto da un belvedere e vedo che avevano piantato dell’insalatina».

Lo stesso accade quando il fotografo visita il cimitero dove «ho trovato ogni loculo […] pulito. Poi i fiori […] li ho toccati, ed erano freschi». Forse più di ogni altro luogo, il cimitero è quel dettaglio che fa scorgere a Giacomelli il controsenso, infatti – come più volte ha sottolineato l’antropologo Francesco Faeta nei suoi attenti studi sui riti funebri calabresi – è impossibile per la popolazione vivere in un luogo distante da quello dove sono i propri defunti.

E infatti, come Giacomelli nota, «qualcuno sicuramente era a un passo da me. Sembrava un posto abbandonato, come chiuso al mondo, e invece ho trovato inaspettatamente la vita».

Mario Giacomelli, da “Il canto dei nuovi emigranti”, 1984-85.

Ciò che scorge Giacomelli in Calabria è il contrasto, lo stesso contrasto che anima i suoi bianchi abbacinanti e i suoi neri catramosi: quello di un paese che si sta sgretolando, ma dove c’è ancora vita; di paesi abbandonati, ma dove l’esistenza continua; di gente umile, che possedeva poco o nulla, ma dalla grande generosità di cuore.

Mario Giacomelli ne Il canto dei nuovi emigranti porta a termine la sua personale sinfonia dell’abbandono “tra la perduta gente”, scorgendo l’assenza nella concretezza malinconica della vita e affermando la dignitosa presenza di uomini e donne da millenni in precario equilibrio tra memoria e oblio.

 

Fotografie: Courtesy Archivio Mario Giacomelli © Rita Giacomelli

 

Prorogata fino al 27 settembre 2020, a Palazzo del Duca di Senigallia, la mostra Sguardi di Novecento. Mario Giacomelli e il suo tempo: ospita i capolavori dell’autore marchigiano affiancati ad  altrettanto celebri scatti di grandi maestri suoi contemporanei; mentre a Palazzetto Baviera Sguardi di Novecento a Senigallia. L’Associazione Misa, per una fotografia artistica. Opere dal 1954 al 1958, propone una selezione di opere fotografiche dei membri del Gruppo Misa, dalla collezione civica Città di Senigallia.

 

27 maggio 2020

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