Margherita Verdi | Impronte. Lavori fotografici dal 1980 al 2019

Dalla serie "Zoom" (1996-2001) © Margherita Verdi
di Dario Orlandi
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“Solo nell’opera frammentaria, che rinunzia a se stessa, si libera il contenuto critico.”
Theodor W. Adorno

Nella sua Filosofia della musica del 1949 Theodor Adorno metteva a confronto l’aspetto progressivo della musica dodecafonica di Schoenberg con quello restaurativo delle composizioni di Stravinskij. Ciò che distingue i due approcci – notava il filosofo tedesco – sono il tematismo musicale di Stravinskij a cui si oppone la dissoluzione che Schoenberg compie nell’opera musicale che, divenuta “frammentaria”, si rende altresì capace di “liberare il contenuto critico”.

Nella mostra antologica che la Fondazione Studio Marangoni ha dedicato a Margherita Verdi (per oltre 20 anni direttrice didattica della scuola), il tema del frammento emerge come uno dei caratteri ricorrenti nella poetica della fotografa fiorentina attraverso le svariate forme del dettaglio, della sagoma, della sfocatura, della distorsione ottica, degli effetti zoom e del mosso: si tratta di modalità di riduzione, specificazione e quindi, per contrappasso, di apertura verso scenari immaginifici ampi e inattesi; in una parola: critici.

Dalla serie “Impronte” (1983) © Margherita Verdi

In Impronte (1983), sagome di foglie ritagliano scorci sulle statue del Giardino di Boboli, creando una doppia lettura cornice-contenutoe al di qua-al di là che sublima l’opera d’arte nel naturale e viceversa, interpretando con raffinata sensibilità la fusione di uomo e natura operata dai progettisti del celebre giardino fiorentino. Lettura che ritorna, questa volta grazie ad effetti di sfocatura, nella serie Villa Peyron del 2006.

Il frammento assume la forma della distorsione ottica nei racconti domestici di Interni (1989) e dell’imprecisione controllata della “Holga” in Desires & Fears (2005): i due lavori si soffermano su dettagli còlti nella loro naturale e intima semplicità, riportando la narrazione ad una dimensione sussurrata e autentica.

Dalla serie “Aquarium” (2011-2017) © Margherita Verdi

L’indeterminatezza ottenuta grazie a vari esperimenti ottici e che attornia gli elementi naturali di Acqua (1993), Botanic View (2004) e Parco Fluviale (2007) isola e iconizza la bellezza schiva di porzioni di natura che proprio grazie alla forza del frammento ottengono il loro riscatto estetico. Più scientifiche – nel loro sguardo selettivo – le immagini in bianco e nero di Indizi terrestri (1994-1997) dove la fotografa ricava finestre di visione nitida in un intorno sfocato, consegnando il particolare delle piante ad uno sguardo preciso che si fa astrazione, forma del naturale.

L’attenzione per il frammento diviene riflessione critica nei dettagli di piante di acquari (Aquarium, 2011-2017), normalmente relegati al rango di accessori nella società dello spettacolo e riabilitati qui a legittima bellezza. La critica si fa più aspra nelle intense immagini di Zoon (1996-2001), dove i volti di animali in gabbia emergono in un desolante effetto radiale che rimarca il desiderio di evasione, e in Invisibili (2019), serie dedicata ai ricoveri di fortuna di senza tetto nei sottopassaggi fiorentini.

Dalla serie “Invisibili” (2019) © Margherita Verdi

Conclude la rassegna lo sguardo riappacificatore che emerge in Soul’s habitats (2009-2014), dove l’effetto di mosso uniforma e avvicina luoghi di culto di tradizioni differenti, auspicandone un ricongiungimento nella trasversale ineffabilità del divino.

 

MARGHERITA VERDI | IMPRONTE
a cura di Bärbel Reinhard

Fondazione Studio Marangoni
via San Zanobi 19/r, Firenze
fino al 21 marzo 2020

lun – ven: 15:00 – 19:00
sab: 10:00 – 13:00 o su appuntamento
ingresso libero

 

3 marzo 2020

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