La conquista di una “magnifica desolazione” nelle fotografie NASA

La missione Apollo 11. Fase di salita prima dell’aggancio con CSM (Modulo di Comando e Servizio).
di Claudia Stritof
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“A stare a sentire certi cervelli limitati […] l’umanità sarebbe […] condannata a vegetare su questo globo senza alcuna speranza di slanciarsi un giorno negli spazi planetari! Sciocchezze! Si andrà sulla Luna e poi sui pianeti e sulle stelle […] La distanza non è che una parola relativa”.

Profetiche sono le parole di Jules Verne che, nel suo romanzo Dalla Terra alla Luna del 1865, aveva prefigurato il fatidico momento in cui l’uomo sarebbe giunto sul nostro satellite. Un sogno che divenne realtà alle ore 2:56 del 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong e Edwin “Buzz” Aldrin mossero i primi passi sul suolo lunare.

La corsa allo spazio era iniziata nel 1957 con la messa in orbita dello Sputnik, il primo satellite artificiale lanciato dall’Unione Sovietica. Un evento che scosse il mondo intero e in particolare gli Stati Uniti, che in men che non si dica potenziarono i propri programmi spaziali; fino a quando, nel 1969, il coordinatore delle attività degli astronauti comunicò ufficialmente ad Armstrong, Aldrin e Michael Collins, l’equipaggio dell’Apollo 11, che durante la missione di luglio sarebbero stati i primi uomini a camminare sulla Luna.

Tra gli spettatori, il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro T. Agnew (a destra) e l’ex presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson assistono al lancio del missile Saturn V che trasporta nello spazio la navicella spaziale con equipaggio Apollo 11.

Il 16 luglio 1969 il mondo intero si fermò in religioso silenzio per ascoltare le notizie provenienti dal Centro di controllo di Houston, Texas, per il lancio dell’Apollo 11. La zona, a sua volta, venne assediata da spettatori curiosi, alti funzionari dell’esercito, membri del governo, sindaci, ambasciatori e politici, come il vicepresidente Spiro T. Agnew, insieme all’ex presidente, Lyndon B. Johnson, desiderosi di assistere allo storico evento.

Con gli occhi rivolti al cielo, il mondo rimase con il fiato sospeso, ma la vera preoccupazione iniziò quando i tre piloti si separarono in orbita lunare per dar avvio alla fase di allunaggio. Armstrong e Aldrin entrarono nella navicella Eagle, mentre Collins rimase sul Columbia in attesa che i due piloti tornassero in orbita una volta compiuta la missione. Dopo una serie di imprevisti, finalmente Armstrong pronunciò le tanto attese parole: “Houston, qui Base della Tranquillità. L’Aquila è atterrata”.

La gioia dei due piloti fu immensa, da subito iniziarono a descrivere ciò che vedevano intorno a loro: le rocce, la loro forma, la quasi assenza di colore e soprattutto Lei, la Terra, che Armstrong descrisse come “grande, lucente e bella”.

La Terra ripresa da un membro dell’equipaggio dell’Apollo 11, 17 luglio 1969.

L’Uomo era finalmente giunto sulla Luna, ma la missione non era ancora finita, perché ora i due piloti sarebbero dovuti scendere dal LEM, il modulo lunare Apollo. Il primo fu Armstrong, che giunto all’esterno del modulo tirò il cavo per l’accensione della telecamera che avrebbe mandato in diretta televisiva le incredibili immagini dell’allunaggio. Impossibile dimenticare i passi incerti del pilota mentre scende la scala, la prova di risalita con la pesante tuta spaziale, il lungo saltello finale per la discesa e il primo passo impresso sulla “granulosa” superficie lunare.

L’uomo aveva conquistato la Luna e le numerose immagini scattate quel giorno alla “magnifica desolazione” lunare – come la definì Aldrin – sono ben impresse nella memoria di tutta l’umanità. Nitide, a colori e in bianco e nero, la NASA – in vista della missione – si affidò ai più importanti produttori di macchine fotografiche, lenti e rullini per poter catturare le prime immagini scattate sulla Luna.

Oltre alla Kodak Close-up Stereoscopic Camera, Armstrong e Aldrin utilizzarono la famosa Hasselblad 500 EL Data Camera, appositamente costruita nei laboratori svedesi. I tecnici apportarono una serie di modifiche al famoso modello 500 EL: sostituirono i lubrificanti interni in modo che non evaporassero, rivestirono l’involucro d’argento per rispondere positivamente alle escursioni termiche, introdussero una lastra di vetro dotata di croci di misurazione, fu eliminato il mirino e furono ingranditi i tasti. Per quanto riguarda lenti e obiettivo se ne occupò la Zeiss, che costruì il famoso Bigon f.5.6/60mm, mentre la Kodak rese la pellicola più sottile in modo da consentire fino a 200 esposizioni su un rullino lungo 12 metri

Buzz Aldrin allestisce il primo pacchetto di esperimenti scientifici dell’Apollo (EASEP).

Se una volta terminata la missione le diverse attrezzature fotografiche vennero abbandonate sul suolo lunare, questo non avvenne per le pellicole, che invece – una volta giunti sulla Terra – vennero spedite nei laboratori di Göteborg, in Svezia, dove i tecnici della Hasselblad avrebbero avuto l’onore e l’onere di sviluppare le 132 immagini scattate dai due astronauti. Le fotografie erano impeccabili e sul telegramma indirizzato alla società di Victor Hasselblad era scritto: “[…] i risultati sono assolutamente perfetti. La NASA ritiene che siano 132 fotografie da primo premio”.

Oggi queste immagini, così come i diversi documenti fotografici, video e audio appartenenti a differenti collezioni della NASA, sono interamente disponibili online, grazie al meticoloso lavoro di riordino e digitalizzazione, che ha reso disponibili circa 140.000 file da condividere e studiare.

Il lungo racconto dei tre astronauti sulla Luna però non finisce qui, perché dopo aver raccolto campioni di terra e sassi, aver corso, provato diversi tipi di camminata e aver piantato la bandiera degli Stati Uniti, Armstrong e Aldrin tornarono sul LEM per ripartire. La tensione era alle stelle, perché i due non sapevano se al momento dell’accensione il modulo sarebbe effettivamente ripartito dalla Luna, ma contro ogni infausto presagio, il modulo si staccò dalla pedana e Collins – che nel frattempo aveva continuato a girare in orbita – riuscì ad agganciare senza difficoltà il lander e riportare i due piloti sul Columbia. Il mondo tirò un sospiro di sollievo, perché i tre astronauti erano ormai diretti verso casa.

L’impronta dello stivale di un astronauta, fotografata con una 70 mm adattata per l’utilizzo sulla superficie lunare, durante l’attività extraveicolare dell’Apollo 11 (EVA) sulla luna, 20 luglio 1969.

“La storia dell’uomo è fatta di sfide, di sforzi individuali e collettivi”, che hanno innescando piccole e grandi rivoluzioni e portato alla conquista di importanti scoperte scientifiche, ottenute solo grazie alla determinazione di uomini e donne che hanno immaginato l’impossibile e lo hanno reso reale.

“Questo è un piccolo passo per [un] uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”, disse Armstrong e, a cinquant’anni dalla storica passeggiata lunare, il Photolux Festival ha deciso di ricordare l’evento con la mostra collettiva 2:56 A.M. | TO THE MOON AND BACK, che ospita una selezione di iconici scatti provenienti del vastissimo archivio NASA, i quali sono stati posti in dialogo con le fotografie di artisti che hanno trattato lo stesso tema o argomenti legati allo spazio.

 

2:56 A.M. | TO THE MOON AND BACK
a cura di Enrico Stefanelli, Chiara Ruberti,
Naima Savioli, Alessia Locatelli, Chiara Dall’Olio,
Alessandro Romanini e Andrea Pacifici

Palazzo delle Esposizioni della Fondazione Banca del Monte di Lucca
Via del Molinetto, Lucca
PHOTOLUX FESTIVAL | 16 novembre – 8 dicembre 2019

da lun a ven: 15 – 19.30
sab e dom: 10 – 19.30

Fotografie: © NASA Archive

 

15 novembre 2019

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