Ilaria Magliocchetti Lombi – “Pop kills your soul”: la scena indie rock italiana

The Zen Circus, Canzoni Contro La Natura, Bologna 2013
di Chiara Ruberti
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Alla soglia dei quarant’anni ormai “il fumo uccide / nud(a) prendo freddo / parlo ancora molto, sono un po’ più calm(a) / non credo più tanto alla collettività”*. Ma ascolto ancora gli Zen Circus,  anche se il figlio duenne sembra non apprezzarli affatto.  Alcuni pezzi degli Afterhours e delle Luci della Centrale Elettrica mi fanno venire i brividi, pur essendo anche questi relegati all’ascolto in macchina, nel tragitto verso l’ufficio, per la medesima ragione di cui sopra. Ebbene, ma cosa hanno da spartire con la fotografia questi nomi dell’indie rock italiano? Lo sguardo di Ilaria Magliocchetti Lombi (Roma, 1985), che li ha fotografati tutti.

Pop kills your soul, così si intitolava l’ultimo disco degli Afterhours interamente in lingua inglese, quello cui sarebbe seguito due anni dopo, nel 1995, Germi, che si può a tutti gli effetti considerare l’album che ha portato la band all’attenzione del grande pubblico – ed è anche quello che contiene la mia canzone preferita di sempre degli Afterhours, Strategie. Posto che la diatriba pop/rock mi fa pensare un po’ a quella digitale/analogico e sicuramente più di quella mi appassiona; la tua strada si è incrociata spesso con quella di Agnelli e compagni e in una intervista che hai rilasciato a Rolling Stone ho letto che consideri il lavoro per Padania uno dei traguardi più importanti della tua carriera. Cosa ha significato per il tuo lavoro l’incontro con gli Afterhours? 

È stato un momento importante per quel che riguarda il mio percorso nel mondo della musica e anche nella fotografia in generale. Direi un momento chiave. Venivo già da sei anni di collaborazioni con band e artisti indipendenti: essere chiamata a lavorare dagli Afterhours, allora, è stato una sorta di riconoscimento, di traguardo. Parliamo di una band fondamentale per il nostro Paese e anche per i miei ascolti. Una band che aveva lavorato con Guido Harari solo un paio di dischi prima. Il 2012 è stato per me un anno di passaggio; avevo appena iniziato a mostrare il mio lavoro a qualche magazine “mainstream” (prima collaboravo solo con magazine musicali come Il Mucchio), stavo uscendo dal guscio e prendendo coraggio. Sono cresciuta con la musica degli Afterhours, li ritenevo – e ritengo – la più importante rock band che abbiamo in Italia. Per me che ero dentro fino al collo in quella scena è stato un momento molto emozionante, è stata una spinta ad andare oltre.

Afterhours: shooting per Vanity Fair, Milano 2012

Sono tanti i nomi dell’indie rock italiano che segui da anni, parliamo di quelli a cui sono più affezionata: gli Zen Circus – sarà perché sono miei concittadini e sono cresciuta con la loro musica – e Le luci della centrale elettrica – sarà perché la poesia di Vasco Brondi un po’ mi manca. Ci puoi raccontare il percorso che hai fatto con loro? 

Gli Zen Circus sono una band fondamentale nel mio percorso. È stata una fortuna per me che le nostre strade si siano incrociate. Sono davvero liberi, punk, autentici. Ho potuto quindi essere libera anche io, creare, immaginare e rischiare con loro come con nessuno. C’è un bellissimo rapporto di fiducia e di condivisione, ormai sono amici. La cosa più bella è stata crescere insieme. Hanno sempre investito nella fotografia. Si deve considerare che, negli anni tra il 2006 e il 2015 circa, la musica indipendente italiana era tutta un’altra cosa. Non parlo di qualità o di genere, parlo di possibilità, di visibilità, di mezzi. Non c’erano tanti soldi o sponsor e per una band non era scontato investire in uno shooting, né riconoscere il valore del lavoro di un/a fotografo/a. Disco dopo disco, gli Zen Circus hanno investito un po’ di più nelle fotografie, ogni volta abbiamo fatto cose diverse. Loro sono diventati più famosi, con più possibilità, in una crescita lenta ma continua. È stato così anche per le idee dei dischi e per le cover, fino all’ultima in cui avevamo attori e tanti reparti al lavoro.

The Zen Circus, Ferrara 2010

Con Vasco anche è stato un percorso importante. Ci siamo un po’ scelti, posso dire. Vivevo ancora a Barcellona e un amico mi disse “senti questo che ha fatto un disco assurdo, ha la nostra età, sta spaccando tutto”. Era il 2008 e avevo 23 anni, lo ascoltai. Come a molti, “mi fece un buco” e allo stesso tempo colmò un vuoto. Quell’anno Il Mucchio mi mandò a seguire “Il Sorpasso” un piccolo festival di “Rock it”. Dovevo fotografare gli Zen Circus e Dente. C’era anche Vasco, da solo con Giorgio Canali alla chitarra (distorta). Era la prima volta che li vedevo tutti live. Quella scena mi colpì tanto, ognuno di loro in maniera diversa: finalmente c’era una nuova musica che mi parlava e che in radio e in tv non passava. Ho fotografato di nuovo Vasco al Palladium a Roma nel 2010: chiesi e ottenni, tramite Enrico Amendolia, che era il tour manager degli Zen Circus e si occupava anche del suo tour, di poter seguire tutto il backstage. Vasco stava molto per i fatti suoi e io, forse anche per timidezza, ho rispettato la distanza di sicurezza, l’ho fotografato da lontano e non ho forzato la mano su nulla. Qualche tempo dopo mi ha telefonato, servivano le foto per il secondo disco e avrebbe voluto che a farle fossi io. Da allora abbiamo sempre collaborato e siamo diventati amici. Il nostro mondo fotografico è sempre stato legato al paesaggio, ai suoi luoghi ma anche a dei “non luoghi”, paesaggi immaginari vicini alle sue canzoni. Vasco è un autore con una sensibilità unica nel panorama italiano, aver contribuito a costruire un immaginario intorno a Le Luci della Centrale Elettrica è stato molto importante per me.

Le luci della centrale elettrica: ultimo tour, Roma, 2018

In questa issue di Photolux Magazine c’è un articolo che ripercorre la storia delle più famose copertine scattate, dagli anni Cinquanta ai Duemila, da parte di grandi fotografi. Anche tu ne hai realizzate molte: quant’è complesso trovare l’idea giusta per la copertina di un disco?

Abbastanza complesso sì, anche perché non deve funzionare solo per te, ci sono anche l’artista o la band, che spesso hanno preoccupazioni e insicurezze diverse dalle tue. È un lavoro di squadra e un continuo dialogo, fino a trovare la soluzione che entusiasma e convince tutti. A volte capita che l’idea ci sia sin dall’inizio e bisogna solo realizzarla al meglio, non sempre è difficile, ogni volta l’iter creativo è diverso.

Riccardo Sinigallia, Ciao Cuore, 2018 (album cover)

Qual è invece l’aspetto più divertente del tuo lavoro nel mondo della musica?

Lavorare con gli artisti con calma, prendersi anche un paio di giorni, ascoltare il disco in anteprima, parlarne, stare insieme, a Roma o nelle loro città. Non ci vediamo sul set solo un paio di ore e poi ciao, di solito faccio una full immersion di 2/3 giorni. Non è sempre così ma quando è possibile è bello e divertente, è una collaborazione artistica e non una commissione commerciale.

Questa breve intervista voleva focalizzarsi sulla scena italiana, e fin qui tutto bene. Mi permetto, infine, però, una piccola divagazione personale. Hai fotografato uno dei musicisti che più amo, Ben Harper – che incredibilmente piace ascoltare anche al duenne. Mi ricordo di aver letto sul tuo profilo instagram che conservi un ricordo molto bello del tuo incontro con lui. Com’è stato lavorare con un artista di fama internazionale?

Ero emozionata. Non mi capita spesso purtroppo di avere a che fare con artisti internazionali, oggi è sempre più complicato, devi avere un magazine importante alle spalle, e gli artisti sono sempre più blindati. Conosco molto bene la musica di Ben Harper, alcuni dischi li ho consumati; ero davvero curiosa, e un po’ sotto pressione, quando hai 20 minuti non è sempre facile. Poi quando è arrivato tutto si è sciolto. È veramente un tipo alla mano, è proprio come ti aspetti che sia, un figo, super gentile, umile, simpatico. E’ stato facile, abbiamo chiacchierato, lavorato bene, ci siamo divertiti. Il giorno dopo mi ha scritto, cosa che ho trovato incredibile, per ringraziarmi.

Ben Harper: shooting per Rolling-Stone, Roma, 2018

Al di là dell’aspetto professionale, ci sono un musicista o un progetto musicale che ti hanno lasciato qualcosa in più rispetto agli altri?

Sicuramente quelli di cui abbiamo parlato prima, a questi aggiungo Davide Toffolo. Lo conosco da tempo, ma solo quando ho scattato le foto per l’ultimo disco dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ho avuto modo di passare veramente un po’ di tempo con lui, di condividere idee e pensieri. È un vero artista, puro. Mi ha lasciato molto quel lavoro fatto insieme, mi ha fatto molto bene, alla testa e alla creatività.

Tre Allegri Ragazzi Morti, Sindacato dei Sogni, 2018

Per concludere, cosa portano la musica e il tuo lavoro con i musicisti al resto della tua fotografia?

Il lavoro con i musicisti mi ha reso autonoma, ho iniziato con pochi mezzi e facevo sempre tutto da sola: pre produzione, location scouting, direzione artistica, styling ecc., è stata una grande scuola.
Mi ha aiutato anche a crearmi un’identità fotografica, credo sia molto importante quando si inizia avere un primo corpo di lavoro o un progetto che dice chi sei. Io ho iniziato a presentarmi nelle redazioni con un portfolio di soli ritratti di musicisti e band, è stato il mio biglietto da visita.

 

*The Zen Circus, Non voglio ballare [dall’album: La terza guerra mondiale, 2016]

 

marzo 2020

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