GU.PHO, fotografia vernacolare, e mille altre storie

Carlo e Luciana, #In Almost Every Picture © Erik Kessels
di Manuel Beinat
_

L’Italia ha il suo primo festival di fotografia vernacolare di rilevanza internazionale. Si tratta del GU.PHO, che si terrà il 9, 10 e 11 settembre al Castello di Guiglia, in provincia di Modena.
La manifestazione coinvolge dieci artisti italiani e internazionali – Erik Kessels, Alcide Cozza, Ivana Marrone, Sergio Smerieri, Alessandro Treggiari, Claudia Grabowski, Angelo Camillieri, Marco Trinchillo, Iana Bors e Anna Michelotti – oltre a Leporello Photobooks da Roma, FRAB’S Magazines & More da Forlì e FOTO VIP da Modena.
Sono previsti tre giorni di studio, mostre, talk ed editoria intorno al tema della fotografia vernacolare, la definizione con la quale ci si riferisce alle immagini scattate da persone comuni, non professioniste, che catturano situazioni della vita di tutti i giorni nel tentativo di immortalare innocentemente un momento, un attimo della propria quotidianità.

Il mare dentro © Marco Trinchillo

È interessante osservare come in Italia, un Paese tradizionalmente molto legato al concetto del nucleo familiare e della sua dimensione più intima e privata, si inizi solo ora a dare valore a questo tipo di pratica.
L’intento del festival è infatti certamente mettere in luce, ma soprattutto valorizzare la produzione vernacolare: un archivio collettivo, un mosaico del passato delle nostre famiglie e delle nostre abitudini che in un’epoca post-fotografica quale quella che stiamo vivendo rischiano di essere dimenticati in un’amnesia sociale e culturale. Dobbiamo serenamente accettarlo: quello che una volta era l’album di famiglia, oggetto che tutti noi sfogliavamo in salotto, è ormai un dispositivo “in via d’estinzione”. L’attimo fotografato non viene neanche più immortalato (considerando l’etimologia del termine rendere immortale), ma temporaneamente immagazzinato all’interno della memoria dei nostri dispositivi.

I Sassi di Roccamalatina

Tuttavia, bisogna considerare che l’iconografia della fotografia vernacolare si basa su criteri di rappresentazione che il digitale non riuscirà a spodestare. Matrimoni, compleanni, vacanze, viaggi, ritratti singoli o in gruppo, sorrisi o bronci… che si tratti degli anni Sessanta o del 2018 rimangono degli elementi comuni a tutte le fotografie di questo tipo. Il discrimine principale consiste nella già citata presenza (o meno) di un archivio che possa essere fruito negli anni a venire.
La fotografia vernacolare viene spesso associata al passato, a ciò che è già stato e che non può più essere.
Queste immagini, che siano nostre o di qualcun altro, sbloccano meccanismi cognitivi che scatenano in noi uno strano senso agrodolce di nostalgia. Sono immagini rassicuranti. Una sorta di palliativo per contrastare la post-fotografia: fredda, liquida, multiforme e imprevedibile. Guardandole, possiamo ricostruire le storie delle persone ritratte, possiamo giocare con l’immaginazione e ricomporre quel mosaico collettivo che è la storia di tutti noi. Sono molti i finali possibili, felici o meno, per tutti gli attori, comprimari e comparse che partecipano al grande spettacolo della fotografia vernacolare. La narrazione fotografica si piega e si ripiega a seconda di chi guarda.

Puro talento © Alcide Cozza

Ecco allora la paura per la mancanza di un archivio, che permetta di continuare questo gioco. La presenza di hard disk e schede di memoria, che possono immagazzinare molte più immagini di quante ne potessero contenere i vecchi album, non riesce a colmare la mancanza di quella sensazione di condivisione e di appartenenza a una famiglia o a un gruppo. È questa paura inconscia che spinge lo spettatore a guardare a ritroso, piuttosto che porre gli occhi su ciò che ha davanti a sé.

Manifestazioni come GU.PHO Festival costruiscono uno spazio specifico per la fotografia vernacolare all’interno della fotografia contemporanea e di quello che alcuni definiscono un mondo ormai post-fotografico. Artisti e realtà internazionali tengono in vita la fotografia vernacolare, conservandola, valorizzandola, mettendola in dialogo con la produzione contemporanea, dando vita a nuove narrazioni.
Forse gli archivi del futuro saranno costituiti dalle stesse immagini di quelli odierni, ma le storie continueranno a cambiare, a essere riscritte o riscoperte sotto chiavi di lettura differenti.

Avete mai pensato a quante storie potrebbero nascondersi negli album, nei rulli e nelle diapositive nascosti nelle vostre cantine e nelle vostre soffitte?

 

Tutte le info sulla PAGINA FACEBOOK ufficiale del festival.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *