Giulia Pasqualin | “Il Fil”, una storia di sangue e di miele

Una ragazza fotografata mentre il convoglio funebre di Srebrenica passa a Sarajevo. Accanto, un hijab acquistato in un mercato rionale.
di Beatrice Bruni
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Giulia Pasqualin, fotografa di Treviso, classe 1990, si occupa di grafica, design, comunicazione ed ovviamente di fotografia. In questa intervista abbiamo indagato il suo lavoro, tuttora work in progress, sulla Bosnia Erzegovina: Il Fil, che ha vinto recentemente, al Festival di Savignano sul Rubicone, il Premio Speciale 10OFF.

Sei nata negli anni Novanta, ed eri piccola durante le guerre jugoslave. Puoi spiegare il motivo di questa tua fascinazione per i Balcani, la storia, la cultura, le tragiche sorti e lo straordinario coesistere di mondi?

Tutto è nato quando Ivo Saglietti mi ha portato la prima volta a Srebrenica, per documentare i funerali delle vittime del genocidio del 1995, che vengono commemorate ogni anno. Quando mi sono resa conto che in quel luogo mi stava scorrendo davanti agli occhi la Storia, quella dei libri di scuola, sono rimasta folgorata e ho iniziato a non accontentarmi di quello che mi dicevano, a voler capire, a cercare di andare in profondità.

Nel tempo, quindi, ho continuato a leggere, a studiare voracemente, chiedendo informazioni a chi aveva visto e conosciuto gli eventi, qui in Italia. Naturalmente, di pari passo, i viaggi in Bosnia si sono fatti più frequenti. In questo Paese mi hanno accolto, invitato dentro la loro vita e quando ti senti parte di qualcosa, soprattutto se si tratta di un patrimonio così unico e straordinario come la cultura bosniaca, non puoi non amarlo, perché diventa parte di te, delle tue viscere. Ormai mi rendo conto che non è più una semplice fascinazione, ma un vero e proprio pezzo di me.

Cimitero a Međeđa affacciato sulla Drina, probabilmente la fossa comune più grande d’Europa.

Di cosa parla il tuo progetto? Quanto è stato importante per te l’incontro letterario con lo scrittore Premio Nobel Ivo Andrić? Perchè tra tutti i titoli possibili, legati alle vicende della Bosnia Erzegovina, hai scelto “Il Fil”?

Il mio progetto parla della Bosnia di oggi, ma anche del suo passato, e cerca di dare spazio alle mille sfaccettature di questo Paese, alla sua duplice anima: “terra del sangue e del miele”, come viene spesso chiamata. Forse però il mio lavoro è soprattutto lo specchio di ciò che per me è la Bosnia, del percorso che ho fatto per conoscerla partendo dal suo passato; in questo, Andrić è stato fondamentale, illuminante. La sua opera più famosa è Il ponte sulla Drina, una vera pietra miliare; per accompagnarne la lettura sono andata nella magnifica biblioteca del mio paese alla ricerca di altri titoli ed è sbucata una raccolta ormai fuori catalogo, Racconti di Bosnia. Mentre la leggevo, ritrovavo i luoghi, la ricchezza culturale, le contraddizioni, e quando sono arrivata a L’elefante del visir (Il Fil in lingua turca) è stato come accendere la luce.

Andrić, in quel racconto ambientato a Travnik durante il periodo ottomano, è riuscito a prevedere tutto, a comprendere come possano essere plasmati i sentimenti delle persone, a come un burattinaio possa spingerle ad andare contro la loro stessa cultura, creando l’odio nei cuori. Adesso questo racconto rimane per me emblematico ed inquietante perché, confrontandolo con la Storia, anche quella del nostro Paese, trovo la dimostrazione di quanto per alcuni politici sia facile influenzare gli animi delle masse riguardo alla percezione dei problemi sociali.

Il tuo progetto sta avendo un ottimo riscontro e vincendo premi, come all’ultimo SIFEST OFF a Savignano. In quel caso, la mostra era corredata da ampi testi. È così che immagini di impostare sempre il tuo lavoro documentario o era una scelta specifica per il SIFEST OFF? Ci racconti anche dell’aspetto editoriale del progetto, un libro del 2019, in edizione limitata “Il Fil. Una ricerca bosniaca”?

Mi sento incoraggiata dal riscontro positivo e sono felice che questa ricerca stia venendo alla luce, che la mia visione incuriosisca, informi e faccia emozionare al contempo.  Al SIFEST OFF mi sono presa la libertà di esprimermi senza limiti, rivedendo forse anche il mio rapporto con la fotografia. Ho capito che mi sento più un aedo che una fotografa: considero la fotografia uno strumento per veicolare un messaggio ma in questo caso da sola non basta, ho la necessità di aggiungere altri strumenti per dire ciò che sento il bisogno di raccontare. Tutto per me è comunicazione di un messaggio; per questo, quando Palazzo Rasponi 2 ha chiesto di poter pubblicare il mio lavoro ho sentito il bisogno di esprimere anche il fatto che per me non è ancora finito. Così nasce il mio un-book, che è di fatto una raccolta di cartoline, ancora libere di perdersi, disperdersi e ritrovarsi, di mantenere il loro valore comunicativo di immagine singola pur riorganizzandosi nel contesto. Questo passaggio è stato fondamentale, è stato come fare un bilancio, un giro di boa dopo una lunga navigazione: guardare la riva per capire come organizzare la rotta, per poter di nuovo toccare terra.

Casa di Zekija a Donja Ljubija, porto sicuro per viaggiatori stanchi.

“Il Fil” è un work in progress. Come immagini che proseguirai il tuo progetto? Quando riterrai compiuto il lavoro?

Credo che sarà davvero doloroso chiuderlo. Dopo i primi incontri con il pubblico ho capito che con questa ricerca posso avvicinare le persone ad una realtà sconosciuta e, per quanto apparentemente pittoresca, inverosimilmente vicina alla nostra. Quindi, per poter terminare il progetto ho ancora la necessità di documentare alcuni luoghi, importanti per la storia bosniaca e legati a quella europea. Inoltre, voglio inserire altre persone e fotografare chi sta cercando di cambiare le cose. Credo che saranno probabilmente tutte donne. Sono loro, secondo me, il futuro della Bosnia. Infine, aggiungerò alcune grafiche strategiche, perché i numeri non parlano abbastanza e renderli visibili è importante. Da questa idea nascono, ad esempio, i 50.000 puntini rossi: l’immagine che ho scelto per raffigurare le vittime di stupro etnico durante il conflitto.

Spero che quando avrò finito il lavoro sarò riuscita a far percepire la realtà della Bosnia come più vicina, più familiare, perché credo che solo tramite la conoscenza possiamo abbattere stereotipi e pregiudizi, e ritrovare le perdute empatia ed umanità.

Fotografie:  © Giulia Pasqualin

 

17 novembre 2019

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