Erik Kessels ǀ 24 Hours in Photos

24 Hrs In Photos, 2012, Erik Kessels
di Beatrice Bruni
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«C’è troppa serietà, io cerco la tristezza e la gioia, il divertimento.».

Una dichiarazione di Erik Kessels, che apre una curiosa finestra sul suo mondo composito. Erik Kessels, artista olandese, ma anche direttore creativo, curatore, designer, collezionista, gallerista. Un autore non autore, che preferisce l’uso di materiale di scarto o di fotografie scattate da altri, trovate nei mercatini dell’antiquariato; nei suoi interventi le riporta a nuova vita per suggerire una personale definizione attuale di fotografia, della quale l’artista sottolinea in particolare l’uso smodato. È come se volesse comunicare al mondo: abbiamo già fin troppe immagini, invece di crearne altre, lavoriamo su quelle che esistono già.

Come Kessels, altri autori si rivolgono alla fotografia di oggi con il medesimo spirito; ad esempio, Michael Wolf, nei lavori in cui utilizza le immagini di Google Street View, o Joachim Schmid, definito “il fotografo che non fotografa” e che ha dichiarato: «Nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti!».

È indubbio che oggi siamo sommersi da una prorompente marea iconografica. Nel 2016 il social network Instagram riceveva ottanta milioni di upload al giorno. Per non parlare degli altri social, dei giornali, dei libri, di internet, di tutti i media dai quali le fotografie ci chiamano, ci inseguono, ci assalgono.

Proprio per restituire il senso di questa nuova convivenza con le immagini, Erik Kessels crea nel 2012 un’installazione estremamente significativa, dal titolo 24 Hours in Photos. L’artista scarica e stampa in formato cartolina, 10×15, tutte le fotografie uploadate nell’arco di una giornata sulla piattaforma di condivisione di immagini Flickr. Queste migliaia di stampe, 350.000 per l’esattezza, vengono dunque riversate nelle sale della galleria Foam di Amsterdam, creando montagne di immagini e riempiendone completamente gli spazi. L’installazione verrà poi riproposta in molti musei nel mondo.

24 Hrs in Photos, Eglise St. Claire, Vevey, 2014 © Erik Kessels

L’intuizione è geniale: si rende tangibile, concretamente visibile ed evidente, ciò che di solito riusciamo soltanto a immaginare, ciò che ha nella nostra mente una consistenza astratta. L’effetto è dirompente: con un espediente intelligente ed ironico, Kessels riesce a farci percepire realmente l’asfissia mediatica che stiamo vivendo, la rende vera, presente in modo impressionante nel nostro spazio fisico.

Dopo un primo momento di stupore e dopo aver sperimentato la prepotenza della quantità di fotografie nelle nostre vite, cosa rimane? Senz’altro una riflessione sul futuro della fotografia, chiaro intento dell’autore, ma anche, e forse soprattutto, il più profondo problema che tutto questo spazio fisico occupato è lo specchio inesorabile dello spazio nelle nostre menti.

Non riusciamo più a ricordare tutte le immagini che abbiamo prodotto, le dimentichiamo, non abbiamo più il tempo di riguardarle tutte, come ogni autore in passato era invece solito fare. Ciò porta ad una perdita di valore dell’immagine singola, ed anche alla perdita di un qualcosa di molto più prezioso: i nostri ricordi, la nostra memoria. Si realizza un paradosso: da un lato mettiamo a disposizione di chiunque le esperienze, i luoghi che visitiamo, i momenti importanti della vita, i nostri progetti culturali, e anche il più intimo evento diventa “di tutti”; dall’altro tutto ciò perde di senso, perde il significato profondo di unicità che possedeva in passato ogni immagine di famiglia, di viaggio, di paesaggio o autoriale.

L’acquisizione di corporeità da parte di immagini virtuali rende non più trascurabile una questione da non sottovalutare: una delle funzioni primarie della fotografia, cioè quella che la identifica come custode di ricordi, come oggetto che trattiene ciò che è e subito dopo non è più, sta venendo meno, dal momento che la nostra memoria è sepolta da cumuli enormi di immagini sbiadite.

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