Di mondi possibili

"Blue Marble" ("Biglia blu"), la celebre fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall'equipaggio dell'Apollo 17 mentre il veicolo spaziale, 5 ore e 6 minuti dopo il lancio, era in viaggio verso la luna © NASA Archives
di Chiara Ruberti
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I sognatori a volte rinunciano a sognare. I non sognatori non si scordano mai di non sognare, sono attenti, scrupolosi nella loro quotidiana opera di sterilizzare l’immaginazione.
(Franco Arminio)

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. / Forse ci sono doni. / Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo. / C’è un molto forte richiamo / della specie ora e come specie adesso /deve pensarsi ognuno. Un comune destino / ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene. / O tutti quanti o nessuno. / È potente la terra. Viva per davvero. / Io la sento pensante d’un pensiero / che noi non conosciamo.
(Mariangela Gualtieri, Nove marzo duemilaventi)

 

Il sito del World Economic Forum ha parlato della pandemia come del “più grande esperimento psicologico” di tutti i tempi. Lo storico Yuval Noah Harari è andato oltre, descrivendola come un enorme, anche se del tutto involontario, “esperimento sociale”. La rapidità e la pervasività della pandemia hanno obbligato ciascuno a confrontarsi con la propria fragilità individuale; d’altra parte, il suo impatto e la sua diffusione su scala globale hanno reso necessario un ripensamento radicale di gerarchie valoriali e di strutture comportamentali che sembravano consolidate. Si pensi, ad esempio, all’improvvisa presa di coscienza del fatto che “la salute, quella di ciascuno di noi, non possa essere pensata come un bene privato, come una faccenda individuale, ma abbia, piuttosto, tutte le caratteristiche di un bene comune, di un bene comune globale”¹.
Di fatto, ci siamo resi improvvisamente conto che molte delle certezze sulle quali avevamo basato la nostra esperienza del mondo erano provvisorie e instabili.

Alla fine del 2019, le immagini che arrivavano da Wuhan – il mercato chiuso, i cittadini con le mascherine, i controlli della temperatura negli aeroporti – ci sembravano lontane, a tratti quasi fantascientifiche. Finché tutto ciò non è diventato lo scenario quotidiano delle nostre vite.
Adesso che le misure di contenimento del virus e le restrizioni si stanno quasi ovunque allentando, molto si parla del “mondo che verrà”. Di cosa la pandemia abbia cambiato e di quanto questi cambiamenti saranno permanenti; ma soprattutto di quanto quelle urgenze sociali, ambientali, politiche² – che in parte si ritengono essere anche concausa della pandemia – saranno discusse e di cosa fattivamente si farà per risolverle.

Ci siamo allora interrogati sul ruolo che la fotografia può avere nella narrazione di questo nuovo mondo, sulla capacità della fotografia di rendere accessibile una visione, un’idea, una possibilità. Può la fotografia aprire il nostro sguardo a mondi altri?
Bourriaud affermava che l’artista contemporaneo è un “semionauta” che “inventa traiettorie tra i segni”³, dando vita a narrazioni che intrattengono con la realtà il carattere prevalente della negoziazione. “L’immaginazione sembra una protesi che si fissa sul reale per produrre un maggior commercio tra gli interlocutori. L’arte ha così come fine quello di ridurre in noi la parte meccanica: punta a distruggere ogni accordo a priori sul percepito”⁴. Molta fotografia, talvolta anche quella che siamo abituati a incasellare come “documentaria”, ci fornisce strumenti utili per approfondire, e laddove necessario sovvertire, la narrazione convenzionale del mondo.

 

¹Annamaria Testa, Coinvolti in un gigantesco esperimento sociale, internazionale.it, 28 aprile 2020.
²Un quadro piuttosto esaustivo è tracciato dagli SDG (Soustainable Developement Goals, ovvero gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) redatti dalle Nazioni Unite e noti anche come Agenda 2030: https://www.un.org/sustainabledevelopment/.
³Nicolas Bourriaud, Estetica Relazionale, Postmedia books, 2010, p. 105.
⁴Ivi, p. 78.

 

luglio 2020

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