Dario Mitidieri | Fotografia e diritti umani, un lungo cammino

Pechino, Cina, inaugurazione della statua "La Dea della Democrazia" in Piazza Tienanmen, alle ore 12 del 30 giugno 1989.
di Dario Orlandi
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Il 3 giugno 1989 Dario Mitidieri si trova a Pechino per documentare il presidio di operai, studenti e intellettuali riuniti da 6 settimane in Piazza Tienanmen per chiedere un’apertura del governo cinese ai diritti civili e politici. È una manifestazione pacifica alla quale inizialmente le autorità sembrano rispondere col dialogo.

Tuttavia, la sera del 3 giugno in poche ore la situazione precipita: la piazza è invasa dall’esercito che reprime il movimento nel sangue, causando un numero non ancora precisato di vittime, arresti e feriti.

Dario Mitidieri sarà l’unico fotografo a riportare in Occidente, di nascosto, immagini dei cadaveri stipati nei corridoi degli ospedali, rendendo noto all’opinione pubblica mondiale il livello di repressione del governo cinese.

Pechino, Cina. Un soldato dell’esercito cinese, ferito, viene soccorso dagli studenti, dopo la distruzione del suo carro armato, durante il massacro di Piazza Tienanmen nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989.

Il tema dei diritti umani e della loro faticosa affermazione attraversa la lunga carriera del fotografo, dai fatti di Piazza Tienanmen ai recenti conflitti in Medio Oriente. Lo abbiamo intervistato per una riflessione sul delicato rapporto fra diritti e fotografia e sul ruolo dei fotografi nella battaglia per la loro affermazione.

Sei tornato in Cina dopo il 1989? Cosa resta dei fatti di cui sei stato testimone? Se ne parla?

Piazza Tienanmen è un argomento tabù nella Cina contemporanea, anche parlando con persone moderne e progressiste. Durante il mio ultimo lavoro in Cina ho chiesto al mio fixer, con cui ero entrato in confidenza, dei fatti del 1989. Mi ha risposto: “Perché, cos’è successo in Piazza Tienanmen?”. Dallo sguardo ho intuito che fingeva… Anche se l’immagine della Cina attuale è quella di un paese avanzato e tecnologico, la tecnologia stessa è diventata strumento di nuove forme di controllo molto sofisticate (penso ai sistemi di riconoscimento facciale o al controllo sulle chat private) per certi versi ancor più penetranti di prima.

Bombay, India, il risveglio di alcuni bambini di strada al binario 7 della stazione Victoria, 1992.

Allargando lo sguardo sui diritti ad altre realtà, il tuo celebre libro “I bambini di Bombay” parla dei bambini di strada nella metropoli indiana all’inizio degli anni ‘90. Qual è la tua impressione sulla condizione dei bambini di strada in India e nel mondo?

La Bombay contemporanea è molto diversa da allora, numerose zone degradate sono state recuperate e ammodernate. Questo non significa che non esistano più bambini che vivono nelle condizioni che ho documentato 30 anni fa, in India come in altre parti del mondo. Dall’Africa al Sud America, in molte aree il problema è rimasto identico: le difficoltà di sopravvivenza, le violenze da parte degli adulti.

Le situazioni più difficili per i bambini sono le zone di conflitto, ne ho parlato nella serie Children in War. Proprio in questo periodo nella Valle del Bekaa, in Libano, si calcola siano stipati 1 milione di rifugiati. Tra questi, molti bambini che di fatto passeranno la loro infanzia conoscendo soltanto la realtà dei campi profughi.

Ne parli nel tuo ultimo lavoro sui siriani in fuga dalla guerra, quello in cui hai allestito un set fotografico nei campi profughi. Come ti è venuta in mente questa soluzione così particolare?

Mi sono posto il problema di come dare visibilità alle moltissime famiglie di profughi siriani dimenticate nella valle della Bekaa, in un momento in cui i media erano saturi di immagini terribili ed era molto difficile riuscire ad attirare l’attenzione su questa storia. Per segnalare le tragiche conseguenze della guerra sulla vita di queste persone ho allestito una serie di foto di famiglia utilizzando un fondale nero e lasciando vuoti gli spazi delle persone uccise o scomparse durante il conflitto. Poi mi sono accorto che allargando l’inquadratura e includendo il contesto le foto risultavano molto più forti e drammatiche.

Valle della Bekaa, Libano, una famiglia siriana in un campo profughi, accanto alle sedie vuote che rappresentano i membri della famiglia mancanti. Il marito di Razir è stato ucciso e la donna non è riuscita a portare in salvo tutti i suoi figli: le due ragazze più grandi sono rimaste in Siria. Dalla serie “Lost family portrait”.

Questo è un esempio in cui un uso intelligente della fotografia è riuscito a fare breccia e a far discutere. In quali momenti della tua vita professionale hai avuto la sensazione che la fotografia stesse veramente facendo la differenza?

Sicuramente nel caso de I bambini di Bombay: quando ho inaugurato la mostra, in una zona molto in della città, ho affittato un autobus portando con me 80 bambini di strada mal vestiti e sporchi, creando in questo modo scompiglio fra i presenti. Un’altra volta, sempre in India, un mio reportage sulla pedofilia ha portato all’arresto di numerosi criminali.

Tornando a Piazza Tienanmen, se non ci fossimo stati noi fotografi il governo cinese avrebbe potuto continuare a sostenere che non c’erano stati morti, come era successo pochi anni prima in Birmania. Lo stesso vale per le famiglie siriane nella Valle della Bekaa. Quando chiedevamo agli sfollati qual era per loro la cosa più importante rispondevano: “che raccontiate le nostre storie, non vogliamo essere dimenticati”.

Un ragazzino gioca con un carro armato abbandonato, Massawa, Eritrea, 1991.

Il cammino dei diritti è lungo e faticoso, a volte sembra addirittura tornare sui propri passi. Dopo tanti anni credi ancora nella possibilità della fotografia in questa battaglia?

Assolutamente sì. Mi sono battuto durante tutta la mia carriera per i diritti e avrei potuto fare molto di più, se avessi trovato un contesto editoriale e comunicativo più ricettivo. Non è stato sufficiente vincere premi, produrre libri: ho dovuto spingere molto per imporre la mia voglia di fare, spesso mi sono scontrato con le stesse organizzazioni che mi avrebbero dovuto aiutare.

Qualcuno sostiene che l’esposizione della sofferenza sia addirittura controproducente perché rischia di anestetizzare il pubblico, rendendolo indifferente. Cosa ne pensi?

Non sono d’accordo: la gente deve essere tempestata di immagini perché altrimenti tende a dimenticare persone ed avvenimenti che non possono essere dimenticati.

Dopo la caduta di Saddam Hussein, in Iraq, ho realizzato un reportage sulle fosse comuni del regime: erano i familiari stessi delle vittime – che si aggiravano fra i corpi cercando dei dettagli che li aiutassero a riconoscere i propri parenti trucidati – a chiedermi di far vedere al mondo quello che era successo.

Se non ci fossimo stati noi fotografi, di questa storia – come di moltissime altre – non avrebbe saputo mai niente nessuno.

Irak, 2003, parenti delle vittime massacrate dal regime cercano i familiari tra i cadaveri, ammassati nelle fosse comuni.

 

DARIO MITIDIERI | LA NOTTE PIU LUNGA
a cura di Renata Ferri

Palazzo Ducale
Cortile degli Svizzeri 1, Lucca
PHOTOLUX FESTIVAL | 16 novembre – 8 dicembre 2019

da lun a ven: 15 – 19.30
sab e dom: 10 – 19.30

Fotografie:  © Dario Mitidieri

 

15 novembre 2019

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