Carmelo Bongiorno | Tagli

di Liliana Grueff
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L’ultimo libro di Carmelo Bongiorno, Tagli, evoca in modo icastico, fin dal titolo, la costellazione semantica di riferimento dei segni convocati dal suo sguardo.

Tagliare significa interrompere una continuità, separare, dividere, (e anche attraversare per la linea più corta, e mescolare sostanze diverse). Taglio è la parte affilata di una lama, è ciò che taglia, è la ferita e la cosa tagliata.

Anche la fotografia è taglio, soluzione di continuità, separazione di una parte dal fluire del tempo e dei luoghi per ricrearne un’immagine. E anche attraversamento, per la “scorciatoia” del pensiero per immagini.

Di queste risonanze troviamo chiari echi in questo libro, dove le immagini in bianco e nero sono organizzate in dittici, separate – e insieme unite – da una squillante linea rossa; l’impaginazione ce le presenta in un montaggio serrato che ne sottolinea il senso, ritmandole con inserti di dettagli ritagliati dalle immagini stesse, ampliando così il lavoro della nostra percezione dalla singola fotografia alle relazioni interne alle immagini costitutive dei dittici e all’intera sequenza delle coppie.

Relazioni che ci interpellano, che ci chiamano ad accogliere e ad elaborare le loro suggestioni ricevendo così – come sempre in fotografia – un completamento di senso da parte di chi le guarda.

Nei suoi lavori precedenti il fotografo catanese ci aveva mostrato prevalentemente una cifra emozionale evocativa e intimista, sia che si trattasse di fotografie in bianco e nero, con immagini flou dove la luce smangia i contorni e li sfuma in un’atmosfera sospesa, sia con immagini in cui l’uso per lo più antinaturalistico del colore, unito allo sfocato, contribuisce a un effetto di straniamento di luoghi e oggetti.

Se il flou è sempre associato, in una grammatica dell’immagine (tanto consolidata come luogo comune quanto riduttiva) all’evanescenza del ricordo, all’espressione di una dimensione onirica o genericamente emozionale – ha a che fare piuttosto con la imperfetta cattura attraverso un’immagine dell’intensità di una percezione effimera, per trattenerne la durata e condividerne empaticamente l’emozione.

Come scrive Serge Tisseron, la fotografia flou (così diffusa, nonostante si fabbrichino macchine sempre più in grado di assicurare grande nitidezza) colloca la pratica fotografica e le sue immagini in un altro rapporto con lo spazio e la durata rispetto alle immagini nitide. Non risponde all’esigenza di testimoniare il ça a été che Roland Barthes pone come noema della fotografia, “ma ha a che fare con un altro immaginario, quello generato dallo scacco dell’illusione di trattenere un oggetto attraverso la sua immagine.”

Il fotografo talvolta “cerca di eludere questa delusione. Tenta di fissare non più l’oggetto, ma il movimento del suo tentativo, il desiderio della sua cattura impossibile se non al prezzo di una cesura. La fotografia deliberatamente flou è partecipe di questo immaginario. Non pretende di fissare un frammento del mondo, ma, al contrario, testimonia l’impossibilità di riuscirci. Il suo oggetto privilegiato non è una porzione di spazio, ma la durata stessa, o piuttosto il modo in cui essa stende la sua ombra sulla nostra percezione delle cose”. E parlandoci di sensazioni, emozioni, movimento, parla anche del corpo che accompagna la creazione delle immagini.

Nel suo nuovo lavoro Carmelo Bongiorno mostra invece di voler andare oltre, perché l’emozione diviene sofferta testimonianza, e l’urgenza di comunicare va al di là della sfera personale. Il flou arretra: un taglio esige nettezza di contorni, la cesura (che è il tema, e anche il suo fare fotografia) è affrontata e mostrata infine per quella che è, separatezza, ferita, dolore.

Lo sguardo è più fermo, diviene frontale e ci restituisce immagini a fuoco, coppie di fotografie di formato quadrato in cui si mescolano segni e referenti diversi (”tagliate” si potrebbe dire).

Ecco allora immagini in cui il taglio è presente alla lettera: corpi segnati da cicatrici e suture, ma anche i tagli che separano la luce dall’ombra, quelli di una inquadratura, di una finestra, o evocati da oggetti acuminati, fili, elementi naturali, paesaggi. E crepature, incisioni, graffi, screpolature, corrugamenti di materie, segni prodotti dal tempo. E ancora, contrasti di bianco e nero, di positivo e negativo, fotografie, ritagli, in un montaggio di forte intensità espressiva, con un rimando continuo dalla dimensione fisica a quella simbolica.

Di questo ci parla qui Carmelo Bongiorno con le sue immagini: le lacerazioni, i contrasti, i traumi e il dolore che il suo lo sguardo evoca sono sostanza del mondo e dell’uomo. E anche, potremmo aggiungere, del suo fotografare, perché Tagli è al tempo stesso una riflessione sul mondo e sulla fotografia.

Di questi temi parla anche il suo breve testo – quasi una prosa poetica – che nel libro accompagna le immagini.

Ed è con la fotografia, con il suo gesto, con il lavoro delle immagini che li affronta e ce li indica, accingendosi alla loro elaborazione, forse a possibili riconnessioni.

 

 

Il libro: Carmelo Bongiorno, Tagli, Postcart Edizioni, 2020; testi di Franco Battiato, Mario Cresci e Carmelo Bongiorno.

La mostra: il progetto, reso possibile grazie al sostegno dell’Assessorato alle Culture di Palermo, inaugurerà il 10 luglio 2020 e sarà esposto fino al 31 luglio nel capoluogo siciliano.

 

CARMELO BONGIORNO | TAGLI

Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Via Paolo Gili 4, Palermo

10 luglio – 31 luglio 2020
mar – dom: 9:30 – 18:30

Inaugurazione: 10 luglio 2020 alle ore 18

 

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