Camera oscura classica ǀ Il pirogallolo: un antico sviluppo

© Marco Barsanti
di Marco Barsanti
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Piccoli cenni storici
Il pirogallolo è uno dei più antichi componenti per lo sviluppo chimico delle immagini fotografiche. Le sue caratteristiche migliorate furono apprezzate fin dal 1851 quando Frederick Scott Archer  lo usò per la prima volta nello sviluppo delle sue lastre al collodio umido.
Le prime formulazioni permettevano di ottenere ottimi risultati ma erano molto difficili da controllare e spesso fornivano risultati discontinui. Gli effetti di ossidazione, spesso non uniformi, provocavano complicazioni nell’immagine stampata. Con l’introduzione, fin dagli inizi del 900, di agenti rivelatori dai risultati più costanti e meno tossici (metolo ed idrochinone ad es.), le formule al pirogallolo furono progressivamente abbandonate.
Solo un ristretto numero di artisti, fra cui Paul Strand, Edward Weston con i figli Cole e Brett, malgrado il difficoltoso utilizzo, continuarono a proclamarne i vantaggi sul piano della qualità visiva dell’immagine.

I negativi di Morley Bear
A mostrarmi per la prima volta qualche negativo così sviluppato fu il fotografo americano Morley Bear nella sua camera oscura a Carmel. Nel 1994 Bear aveva 78 anni e l’esperienza di una vita in fatto di fotografia. Bear usava l’amidolo per sviluppare le carte fotografiche e il “Pyro” per le sue pellicole piane. Disse  che con il pirogallolo non si possono certo fare belle fotografie: quelle si fanno con gli occhi e con il cuore, il pirogallolo aiuta ad ottenere risultati qualitativi superiori, un tocco in più.
Le fotografie di Bear mostravano profondità e grande completezza tonale. Nel buio della camera oscura, sul tavolo luminoso, i grandi negativi 20×25”di Bear rivelavano il loro singolare aspetto: mi colpì la colorazione giallo-verde e il fatto che l’immagine possedesse una strana caratteristica di lucentezza e riflessione, una specie d’effetto a rilievo. Non sapevo ancora che in realtà, in quei negativi, le immagini formate chimicamente erano due, e che sopra quella argentica un secondo strato determinava il colore.

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The Book of Pyro
Il mio approccio pratico coincise con la lettura del volume The Book of Pyro, di Gordon Hutching, il miglior punto di riferimento per avvicinarsi alle tecniche più aggiornate di sviluppo in pirogallolo. Purtroppo attualmente è di difficile reperibilità.
Il libro descrive anche l’uso di una formula di sviluppo migliorata, pensata per sostituire le vecchie formule non più idonee a sviluppare le moderne emulsioni sensibili: la formula PMK, costituita da pirogallolo, metolo, Kodalk (sodio metaborato).
La formula ha un ottimo effetto di “stain” (colorazione), fenomeno che conferisce la classica tonalità giallo-verde all’immagine sviluppata e che offre importanti vantaggi nella fase di stampa.

Precauzioni importanti
Siamo di fronte al chimico più velenoso che si possa usare in camera oscura. Le polveri devono essere maneggiate indossando guanti di protezione, abiti dedicati solo a questa funzione e una maschera efficace contro l’inalazione del componente puro. L’ambiente di preparazione deve essere ben areato. Una volta ottenute le soluzioni da conservare, l’impiego successivo delle piccole quantità di rivelatore dovrà essere affrontato con prudenza, indossando i guanti durante tutta la procedura di trattamento. Le superfici di lavoro dovranno essere accuratamente lavate dopo ogni sessione di sviluppo.

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Vantaggi qualitativi della formula PMK
Nel negativo:

  • Densità alte migliori in separazione e ben compensate (per il pronunciato effetto compensatore evita le alteluci bloccate). Mezzitoni ben separati.
  • Ottima acutanza (effetto bordo). Grana più contenuta rispetto ad altri rivelatori ad acutanza elevata.

Visivi nella stampa:

  • operazioni di stampa facilitate per una distribuzione ideale dei toni e per il contributo dell’effetto “stain” sul negativo. Nella stampa al platino il negativo sviluppato in pirogallolo presenta ottime caratteristiche a livello di gamma tonale.

La caratteristica più preziosa nell’impiego del PMK è l’effetto di colorazione che rende così particolare l’aspetto del negativo. Infatti, oltre all’immagine argentica che si forma durante lo sviluppo, per un fenomeno di ossidazione, si crea sull’immagine stessa un secondo strato: una maschera giallo-verde che si deposita proporzionalmente di più sugli annerimenti maggiori (in corrispondenza delle alte luci sul negativo). L’immagine sviluppata è più colorata man mano che le densità aumentano. Un importante vantaggio, soprattutto se abbinato all’utilizzo di una carta a contrasto variabile.
I filtri magenta ed arancio a densità diverse servono per far arrivare sulla carta componenti diverse di filtratura gialla o blu, il rosso per bilanciare l’esposizione passando da una gradazione all’altra ed è con le filtrature gialle che abbassiamo il contrasto di stampa.
Il negativo sviluppato in pirogallolo ha una colorazione giallastra più pronunciata in corrispondenza delle densità massime; risultato: la carta risponde sulle alte luci con un contrasto minore rendendole più leggibili. Il resto della scala tonale conserva separazione e contrasto poiché poco influenzato dalla colorazione della maschera.
Questo fenomeno di compressione tonale aiuta a facilitare le operazioni di stampa, molti però lamentano immagini più piatte e meno brillanti. Penso che la scelta di un rivelatore di questo tipo sia legata al tipo di carattere che si vuole attribuire alla fotografia. Dallo sviluppo al pirogallolo dovremo aspettarci un immagine molto nitida in termini di microdettaglio, ma morbida e con una scala tonale molto estesa nell’aspetto visivo generale.
Inoltre, a differenza degli sviluppi convenzionali, in cui all’aumentare dell’acutanza corrisponde un aumento generale del rumore (grana), nei negativi trattati in PMK la grana è molto fine per effetto della maschera sugli agglomerati argentici.

L’aspetto tipico del negativo
Un negativo presenta, dopo lo sviluppo in PMK, una scala tonale molto estesa con le densità maggiori trasparenti e pienamente separate.
Per ottenere i risultati migliori, i negativi dovranno avere buone caratteristiche d’esposizione. Per produrre l’effetto di stain ottimale, è necessario che il negativo contenga tutto il dettaglio possibile nelle ombre senza eccedere; è preferibile una leggera sottoesposizione piuttosto che una sovraesposizione.
La scelta della pellicola è un fattore molto importante. Ho riscontrato che pellicole di concezione più moderna ed a tecnologia tabulare non reagiscono pienamente agli effetti di colorazione. Ottimi risultati si ottengono con le pellicole classiche fra cui Ilford FP4 ed HP5.
Nei negativi è evidente il singolare effetto di tridimensionalità dell’immagine, soprattutto se osservata inclinando la pellicola sotto una sorgente di luce. Gli sviluppi al pirogallolo appartengono infatti ad una categoria di rivelatori chimici detti tannanti, il cui effetto determina un’azione pronunciata d’indurimento sulla gelatina. Sui negativi l’effetto visivo di rilievo è molto più evidente che su un negativo sviluppato in un rivelatore generico.

            

Fasi del trattamento
Lo sviluppo PMK si conserva sotto forma di due soluzioni concentrate da diluire in acqua al momento dell’uso. La prima soluzione stock contiene i rivelatori, metolo e pirogallolo, e un conservante. La seconda è costituita da una soluzione satura di metaborato di sodio (kodalk). La soluzione di lavoro è preparata diluendo una parte della prima soluzione con due della seconda e cento parti d’acqua.
Il trattamento dei negativi segue la metodologia classica di sviluppo, stop, fissaggio ma per far si che la formazione dello strato di colorazione gialla possa formarsi bisogna rispettare alcuni accorgimenti:

  1. Evitare l’uso di un bagno acido di stop. Un bagno d’acqua è sufficiente;
  2. Usare un bagno di fissaggio che non contenga un induritore;
  3. Reimmergere il negativo nel primo bagno di sviluppo dopo il fissaggio;
  4. Alla fine del trattamento non usare agenti d’aiuto lavaggio a base di solfito di sodio;
  5. Lavare in acqua corrente il negativo per almeno venti minuti.

È intuibile che le soluzioni eccessivamente acide, o contenenti solfito di sodio o un induritore provocano il dissolvimento della maschera formatasi durante lo sviluppo. Per intensificarla si adotta il curioso riutilizzo del bagno di sviluppo dopo il fissaggio ed anche un lavaggio prolungato tende a rafforzare la comparsa della maschera.

Sviluppo al pirogallolo e tecnologia digitale
Con l’utilizzo della stampa inkjet ci si può domandare se abbia ancora senso usare un procedimento chimico di questo tipo nello sviluppo dei negativi. Le prossime osservazioni saranno dunque rivolte a quei fotografi che continuano a preferire l’uso della pellicola come matrice di ripresa e che poi passano alla gestione digitale scansionando i propri negativi.
Credo che i pieni vantaggi dello sviluppo al pirogallolo si manifestino con la stampa per ingrandimento, soprattutto per la risposta che le carte a contrasto variabile hanno nei confronti dell’effetto di stain. Ma anche nel caso della scansione il PMK offre benefici importanti. I negativi, per la loro densità mai eccessiva, l’ottima separazione sulle luci ed il pronunciato effetto bordo, favoriscono una scansione ricca di dettaglio, nitida e completa su tutta la scala tonale fin dalla prima fase d’elaborazione.

 

27 marzo 2019

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