La memoria emotiva di San Leucio nelle immagini di Antonio Biasucci

© Antonio Biasucci
di Luca Sorbo

“San Leucio non nacque soltanto quale opificio serico, ma come comunità fondata su norme avanzate e su un’idea di avanguardia dell’organizzazione produttiva, ispirata a principi che ponevano le persone in posizione centrale. (…) L’acronimo ID richiama la carta di identità ciò che definisce e distingue, evoca altresì l’idea di codice, di segno contemporaneo. (…) Se la Real Colonia nacque come progetto rivolto al futuro, questa opera ne rinnova lo spirito: custodire lo spirito, custodire l’identità, non per relegarla al passato, ma per farne fondamento di nuove prospettive”.

Queste parole di S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie sono un’utile guida per comprendere l’importanza del volume fotografico di Antonio Biasiucci che indaga la memoria emotiva del setificio di San Leucio.

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Il libro con testi, oltre che del Principe, di Enzo Battarra, storico dell’arte e di Tiziana Maffei, direttrice della Reggia di Caserta, è un oggetto prezioso che al semplice tatto richiama la preziosità della seta.

Il volume, edito da Artem e promosso dalla Fondazione Orizzonti, si inserisce nelle celebrazioni per i 250 anni della Real Colonia di San Leucio. La comunità fondata da Ferdinando IV di Borbone che fu uno straordinario esperimento visionario e di grande modernità.

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Nel Codice Leuciano del 1789 è scritto: “Nessuno deve distinguersi dagli altri se non per esemplarità di costume ed eccellenza di mestiere”.

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Biasiucci, originario di Dragoni, in provincia di Caserta, conosce da sempre questi luoghi. La sua ricerca visiva fin dall’inizio con il libro Non è mai sera, sui pastori del Matese, si è sempre nutrita dell’esplorazione della memoria dei luoghi per scoprire il mistero, per ricercare un senso. Tutta la sua produzione fotografica nasce da una necessità interiore. Formatosi nei teatri di avanguardia a Napoli, trova in Antonio Newiller una guida da cui prendere un metodo di indagine basato sulla scarnificazione del soggetto per individuare un’essenza. Si comprende bene che ci troviamo di fronte ad un procedimento filosofico che trova nella fotografia una sua manifestazione. Le impronte di luce, capaci solo di registrare la luce visibile, nei contrasti di luci, nei dettagli, evocano l’invisibile, il segno di ciò che è stato. La superficie degli oggetti conserva le tracce del tempo ed in quelle tracce il tempo diventa memoria emotiva senza tempo.

Nel libro abbiamo anche dei ritratti di donne che vogliono essere un omaggio alle tante lavoratrici che con la loro opera hanno reso famosa la seta di San Leucio. Sono ritratti enigmatici, arcaici, simbolo del femminile che sa costruire relazioni e far nascere la bellezza.

© Antonio Biasucci

Dichiara Antonio Biasiucci: “La fotografia è prima di tutto un grande strumento che amplifica la conoscenza di ogni cosa. Aver avuto la possibilità di confrontarmi per molto tempo con quei luoghi e con quei contenuti rivoluzionari ancora straordinariamente contemporanei è stato per me molto importante. La parità tra uomo e donna, l’istruzione e l’assistenza sanitaria per tutti, l’eccellenza manifatturiera e tante altre cose fanno sì che il complesso di San Leucio meriti tutta l’attenzione storica non giustamente riconosciuta. Offrire con la mia ricerca fotografica un punto di vista personale, che spero possa contribuire alla conoscenza di questo raro luogo, mi onora ancora di più, essendo io un’artista nativo di quei luoghi”.

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Sottolinea Tiziana Maffei nel testo all’interno del catalogo: “Le immagini non ricostruiscono una storia, rendono visibile la sua persistenza. Gli oggetti della manifattura – matrici, strumenti, filati, tessuti, elementi delle macchine – vengono sottratti alla cronologia e collocati in una dimensione sospesa”.

© Antonio Biasucci

Enzo Battarra, che come critico d’arte ha condiviso le prime esperienze di Biasiucci al circolo fotografico IL BORGO di Casertavecchia negli anni Settanta del Novecento, scrive: “Nelle sue immagini, il nero non è assenza, ma un abisso generativo, una materia densa da cui la realtà viene estratta per sottrazione. È un chiaroscuro che possiede una memoria antica, quasi caravaggesca, dove i contrasti netti servono a scolpire l’essenziale nel buio. Eliminando la distrazione del colore, Biasiucci riconduce ogni frammento alla sua radice plastica e simbolica: la grana delle cose emerge con una forza purissima, trasformando la pelle in roccia e il metallo in carne”.

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La fotografia si conferma irrinunciabile strumento di conoscenza ed indagine. Le impronte di luce hanno un grande futuro e speriamo che il rumore visivo, ridondante e spesso banale, delle immagini sintetiche non sminuisca questo strumento che dal 1839 ha reso più ricca la nostra visione del mondo.

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